Della Via Crucis e del Mento

Se il frammento serve a costruire uno spazio della storia, che esalta la durata e fa comprendere che l’opera vive entro uno spazio indefinito e ambiguo, fra passato e presente66, è nella Via Crucis67 che l’opera di Xerra assume le valenze di un testo, un racconto dipinto che si snoda non soltanto nel dialogo serrato fra il frammento e l’intervento impaginati nel telaio interinale, ma che continua, con chiose, cancellazioni, annotazioni, cancellature, ripensamenti e nuovi interventi, ininterrotto nel tempo, e i cui esisti sono ancora aperti. La Via Crucis non va intesa tanto come opera aperta, quanto come testo, le quattordici tavole, ai cui margini si inscrivono gli interventi di Xerra, accolgono le suggestioni e gli annichilimenti dell’esperienza quotidiana. Se la Via Crucis appare coma una continua Correzione, nel senso in cui la intendeva Costa, il Mento appare una Cancellazione. Lo stigma del Manto si sovrappone al Vive delle opere precedenti, ma, in qualche misura le protegge. A partire dal 2000 Xerra interviene sulle opere precedenti, i Vive degli anni Settanta, iscrivendo il logo Mento. È una scrittura ancora corsiva, calligrafica e pittorica, sovente sottolineata, a indicare la forza e impulsività del gesto di cancellazione, e in questo senso è interpretabile lo spesso strato di colore nero che copre il dipinto precedente. Nel 2002 al logo mento si sostituisce lo stigma Io mento, in acrilico o vernice, che è un marchio stampigliato che rammenta l’etichettatura degli imballaggi dei prodotti commerciali. Il Mento sembrerebbe, dunque, segno di un packing, imballaggio della superficie pittorica, dell’opera come dispositivo. Possiamo, tuttavia, ipotizzare68 che il mento si applichi al concetto stesso di descrizione, in quanto significazione e rappresentazione, in forma dubitativa e, paradossalmente, anche di protezione. Xerra considera la sua opera, dal Labirinto alle Buste riflettenti, in avanti, come ipotesi, ricerca che stabilisce un rapporto diretto con l’osservatore e nel telaio interinale non offre una visione già formulata, ma elabora un percorso che coinvolge lo spettatore a decretare il linguaggio figurativo, comprendendo appieno la lezione di Benjamin. Negli anni Ottanta il racconto si disloca in uno spazio con pause fra immagine e immagine, parola e parola che implica un tempo della lettura suggerito dalla frammentazione e dagli intervalli tra un segno e l’altro. Un espacement, infine, che in Pagine bianche e nella Via Crucis si snoda in un’impaginazione che è spazio multiplo dell’intertestualità69.


Lucia Miodini, 2002