IL SEGNO DELL’IMPERFEZIONE

 
 
 

Imperfezione



Rovinare il viso nudo che si erge nel marmo

martellare ogni forma, ogni bellezza.


Amare la perfezione perché essa è la soglia,

ma negarla non appena conosciuta, dimenticarla come fosse morta,


l’imperfezione è la cima.*


(Y. Bonnefoy)


William ha lasciato sul tavolo questi versi di Bonnefoy volendo pormi in relazione con la sua mostra di Parma, pensata, aveva per l’appunto spiegato, “sotto il segno dell’imperfezione”. Mostra della solitudine, opera per opera in cavità retrocedenti dagli occhi; lungo un cammino senza rettilinei, ma anzi dentro e fuori varcando ombra e luce continuamente. Una mostra di opere appartate, ma appartare l’opera, del resto, è il primo sintomo consapevole di imperfezione: dentro – non fuori – la luce è modulata, di modo che ogni forma appaia parziale, una sola linea per l’intero profilo, un solo tratto si palesa in luogo del «viso nudo che si erge nel marmo».

Appartare l’opera – collocarla, disporla ai margini, a lato – per «martellare ogni forma», così che togliere materia dalla luce è levare materia dal tutto, scolpire nuovamente: polverizzare le parti senza cancellarne le tracce: sapere la completezza e dirla senza averla è la misura di questa imperfezione. L’asportazione, l’assenza di «ogni bellezza», una volta sottratta, è il taglio imperfetto della nostra conoscenza, la visuale: è la porta tagliafuoco, sipario antincendio che porta a scoprire la mancanza di là dall’ombra, le cose che sono nascoste nelle nascoste. Volere, desiderare l’apertura e il completamento, cercare la chiusura della linea, il suo arrivo alla forma, è questo «amare la perfezione» come una «soglia».

Ma perché soglia? – Non è già il traguardo? – o invece è solo un approdo che va traguardato sopra le teste per un’altra soglia che non sappiamo? E così, finalmente, la perfezione è solo un momento; finalmente la trapassiamo e la consumiamo come gli amanti di Rilke la consumano indugiando. Allora ci concediamo l’impossibile gioia di cercare l’imperfezione e – abitandola – non averla mai. La cima dei versi che William abbandonò sul tavolo dice proprio che «l’imperfezione è la cima». Quindi è veduta, saputa, è nel retablo della nostra esperienza, e probabilmente risiede là dal giorno del primo buio – il vivente che sperimentò la discesa della notte e il sapore della prima pesca addentata traeva a sé la perfezione come misura della propria inconcludenza. (Ma dove trovasi tanta imperfezione se non nella plastica?)

William ha indicato quei versi di Bonnefoy come un prologo a quella mostra parmigiana in cui, per ciascuna delle sei cappellette, egli ha previsto una vestizione in ragione del lavoro di questi anni, perlomeno quello successivo alla lettura del manifesto “io mento” che Pierre Restany eseguì non molto tempo prima di morire. Tra queste, il Cristo rivolto allo specchio e chiuso dal morso concentrico dei giornali di guerra, sopra ai quali vi furono cieli rinascimentali e una teoria di stelle; e questi cieli dovettero specchiarsi a terra, e Cristo rivolto a terra specchiarsi nel cielo, nel medesimo cielo, e il cielo nella volta, e la volta in chi la dipinse… – eppure, detta così, non pare segno dell’imperfezione, anzi: pare un gesto compiuto e perciò sovrano, effettivo e in atto.

E vi è la pala riabilitata di San Giuseppe. Su questa opera appuntai alcune considerazioni dopo averla vista nello studio di Ziano (saranno ormai cinque anni), appoggiata a terra nell’incertezza che precede la conclusione, È una tela di grandi dimensioni: sullo sfondo la trama di un labirinto disegnato nel consueto schema ottogonale; sul lato destro una decorazione a triangoli disposta a cornice. In basso, una scrittura corsiva la cui presenza vi appare eventuale: “come se la platea vedesse a un tratto nella pausa l’attesa”. Sulla trama del labirinto è stata disposta la rimanenza di una grande tela del Settecento lombardo a soggetto sacro (Apoteosi di san Giuseppe tra angeli). Tela ritrovata nella bottega di un antiquario come altri frammenti di dipinti antichi utilizzati in passato da Xerra, e in cui si apprezza la persistenza di pochi frammenti nel tempo, l’incuria, i passaggi di mano e di ripostiglio… I vuoti, mancanti per sempre, sono tessuti alla trama d’insieme per mezzo del “labirinto” che sorregge la scrittura e che le finestre aperte nel vecchio dipinto mostrano per brevi segmenti.

La vista d’insieme consente di apprendere che il labirinto è in realtà ordito da una raffigurazione emersa a seguito di asportazioni e cancellazioni, quindi di una affermazione che nasce da una negazione, cioè negazione della negazione. Così abbiamo un vive che precede anziché seguire la cancellazione; un vive preventivo che sottostà al disegno anziché depositarsi su di esso come terra o rimozione.

Potrebbe valere come formulazione di inizio per una teoria del restauro in cui le parti mancanti non fossero solo evidenziate, secondo l’odierno dettato, ma anzi riprese come un dato letterario. L’assenza ha un corpo e un’immagine: l’opera è di nuovo completa mediante un suo doppio che ancora è solo ipotesi, intenzione, inizio. Ma il particolare che inquieta è la posizione dell’artista a essa di fronte all’atto di realizzarla.

Egli è personaggio in scena, cioè previsto dal tempo e dallo spazio suo. E mentre procede recuperando e sovrapponendo, mentre aggiunge e riallinea pesi e spazi, egli lentamente diviene frammento di sé nella sua opera; una presenza inequivocabile, biografica. Lo spazio è sufficiente per trovare citazioni di gran parte del suo percorso: il vive l’abbiamo visto; c’è contemplazione della propria morte – …a un tratto della pausa l’attesa… – e un senso del tempo, e idea del luogo; c’è un frammento leggero e denso impigliato nel reticolo interinale; intrico di esperienze visive e volontà di lettura e padronanza del futuro.

«Come fosse morta». È la via della dimenticanza che distende il dolore – strana similitudine, giacché la morte non nasconde, bensì leva e rileva. È così che vuole il poeta: dimenticarla per averla, si dice.

Eugenio Gazzola

Giugno 2006


--------------

* I versi di Yves Bonnefoy sono dati così come sono stati trovati su un tavolo, nel maggio del 2006, con questa postilla:

Tratti da Hier régnant désert (1958), pubblicata in Y. Bonnefoy, Poèmes, Paris, 1978, pag 139.

 

WILLIAM XERRA

Il segno dell’imperfezione

19 giugno - 16 luglio 2006

GALLERIA SAN LUDOVICO

PARMA

IMMAGINI

ARTICOLI DI STAMPA