L’UOMO CHE CADE, di Don DeLillo

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In questo suo ultimo romanzo De Lillo inizia il racconto descrivendo la fuga di un uomo, Keith Neudecker, che l’11 settembre si trovava nella torre sud al momento dell’impatto con l’aereo, che ha visto morire persone vicino a lui, che è stato trascinato da una folla sbigottita e terrorizzata per lunghi interminabili piani lungo le scale fino ad uscire sulla strada prima del crollo, e che si immerso in un mondo allucinato, soffocato da una polvere accecante, attorniato da persone in fuga, senza sapere dove andare, in mezzo a detriti e rottami di ogni genere. È ferito, frastornato, sporco di polvere e sangue. Non sa dove andare, non vuole andare in un ospedale. Viene raccolto da un furgone di passaggio che lo porta, su sua richiesta, a un indirizzo di uptown: è l’indirizzo dove abita la moglie da cui è separato dall’anno precedente.

Il racconto, ambientato a New York nel dopo 11 settembre, è uno dei tanti romanzi americani sulla tragedia. Alcuni critici lo giudicano il migliore, ma quasi tutti sono concordi nell’affermare che l’argomento è molto difficile da affrontare senza cadere nella lamentazione, o nel furore, o nell’orrore, e in fine nella retorica, e senza tuttavia riuscire ad entrare nel merito di come la società americana e in particolare la newyorkese abbia reagito nella vita quotidiana a un evento tanto devastante e inatteso, che ha ferito in modo apparentemente irreversibile il senso di sicurezza degli americani.

Anche il romanzo di De Lillo a mio avviso non riesce a decollare completamente. Alle prime pagine, la descrizione della fuga di Keith dalla torre in fiamme scritta in una prosa disadorna, priva di retorica e non indulgente a pesanti aggettivazioni che si potrebbe essere tentati di usare per descrivere una strada invasa da detriti di ogni sorta, da gente in fuga e da panico dilagante, succedono le pagine che ci introducono nel racconto.
La mia sensazione è che dal momento in cui Lianne, la ex-moglie, apre la porta all’ex marito e inizia una nuova storia, nella logica del racconto sembra che la tragedia del crollo delle torri si allontani sempre di più e si stampi sullo sfondo come sì, certo, un evento grave che poteva costare la vita a Keith, come è costato la vita a tanti altri, ma non come l’evento che ha cambiato in larga misura il corso della storia mondiale e in pari misura il modo degli americani di intendere le relazioni interne e internazionali.

Keith e Lianne, uniti nel passato da una intensa attrazione erotico sessuale reciproca, hanno visto il loro matrimonio logorarsi nel tempo in una crescente indifferenza fino alla separazione. L’incontro dell’11 settembre li riporta a un reciproco interesse, ma diverso da quello originale. L’erotismo si manifesta, almeno nei primi tempi, come un bisogno della presenza fisica dell’altro senza tuttavia concretizzarsi nel rapporto sessuale. In sostanza potremmo decifrare questo rapporto come un bisogno di sicurezza (la presenza della persona nello stesso letto) che gli attentati hanno distrutto non solo in Keth, che ha vissuto in prima persona la tragedia, ma anche nella moglie che l’ha vissuta come cittadina residente a New York.
Il romanzo si sviluppa sostanzialmente lungo questa direttrice, arricchendosi di personaggi, che in un modo o nell’altro hanno a che fare con la vita dei due protagonisti: il figlio Justin, la madre di lei Nina, il suo amante Martin, strano personaggio di commerciante d’arte che divide la propria vita fra l’America, e l’Europa, ma che forse in Europa è coinvolto con un indefinito terrorismo, e Florence Givens, una sopravvissuta al crollo delle torri come Keith.

Keith ha subito un trauma, oltre che fisico, dal quale si riprende rapidamente, soprattutto psicologico. A questo si deve lo strano rapporto cui dà vita con la moglie, ma anche l’incontro con un’altra sopravvissuta al disastro, una donna di colore non più giovanissima, Florence, con la quale condivide per un breve tempo un intenso rapporto sessuale. Egli non sente più attrazione né per il lavoro precedente, né per altro lavoro regolare. La sua fantasia è sempre più attivata dai ricordi delle partite a poker con i suoi amici, che avvenivano una volta la settimana nel corso dell’anno di vita da scapolo. Il poker è un gioco d’azzardo, e azzardo dopo l’11 settembre, sembra essere diventata la sua vita, che sarà orientata successivamente in modo definitivo alla professione di giocatore a Las Vegas.
Lianne si occupa di pazienti con iniziale malattia di Alzheimer: cerca di prevenire o rallentare l’evoluzione della malattia invitandoli a scrivere su temi vari. Naturalmente i suoi sforzi sono destinati al fallimento e l’involuzione del raziocinio si manifesta in modo devastante, in tempi diversi, in tutti i suoi pazienti. E proprio Lianne si imbatte in una strano personaggio, una specie di attore fai da te, che all’improvviso, in varie zone della città e in varie circostanze, si butta da un ponte o da qualcosa di simile, e rimane sospeso in aria, come immagine dell’uomo che cade, riproponendo dal vivo le fotografie di uomini che dopo gli impatti degli aerei con le torri, si sono buttati nel vuoto: un modo personale e tragico per ricordare e celebrare la tragedia.
Il figlio Justin non sembra particolarmente emozionato dal ritorno del padre, e passa ore con suoi due amichetti vicini di casa, affacciato alla finestra con un binocolo a scrutare il cielo per sorprendere l’arrivo di un aereo capeggiato da Bill Lawton (deformazione infantile di Bin Laden).
La madre, Nina, vive in una bella casa, ornata da preziosi quadri donatigli dall’amante, fra cui due nature morte di Morandi; critica la figlia per il suo rapporto con Keith; discute con l’amante Martin sul senso degli attentati terroristici. Martin (forse memore del suo probabile passato terrorista) trova una giustificazione a favore degli arabi cercando di spiegare la loro filosofia, Nina la nega.

Un aspetto singolare del libro è che il romanzo è attraversato, un po’ come sciabolate di luce, dal racconto di come negli attentatori si è fatta strada l’idea dell’attentato e come l’abbiano organizzato, preparato ed eseguito. Si tratta di poche pagine, il cui protagonista è Hammad, uno degli attentatori, che viene istruito e convinto dalla forza delle argomentazioni politico-religiose di Amir Atta. Una prima apparizione vede i terroristi ad Amburgo, in Germania, dove viene progettato l’attentato; una seconda comparsa è in USA, ad una scuola di volo, dove gli attentati vengono preparati; la terza apparizione è nell’ultimo capitolo, ed è geniale dal punto di vista narrativo: Hammad è nella cabina di guida dell’aereo che colpirà la torre sud, e il racconto al momento dell’impatto, senza soluzione di continuità passa dalla soggettività di Hammad (sull’aereo) a quella di Keith (dentro la torre) che vive l’esplosione e tutto ciò che ne seguirà.
Questa conclusione rappresenta una specie di chiusura del cerchio che ci riporta all’inizio del romanzo, quando Keith, insanguinato, sporco di povere fugge dalla torre lungo la strada affollata in preda al panico.

In conclusione, il romanzo non mi è sembrato molto convincente. La prosa di De Lillo è come sempre molto efficace, ma le vicende di Keith e della sua famiglia, non mi sembrano particolarmente interessanti, e mi paiono più dettate da un evento che li riguarda direttamente (potrebbe essere un grosso incidente stradale, il passaggio di un ciclone, un terremoto distruttivo) piuttosto che da un evento della portata di ciò che è accaduto l’11 settembre. Certamente, ogni persona, ogni famiglia che è stata toccata in modo diretto o indiretto ha vissuto l’evento come qualche cosa di personale, più che qualche cosa di storico. Almeno questo è ciò che si capisce dal libro. Ma c’è da chiederci: un evento che viola in modo così clamoroso ciò che i cittadini degli Stati Uniti hanno sempre ritenuto essere un loro privilegio intoccabile, la sicurezza nei confronti di nemici esterni, non ha avuto conseguenze nelle singole persone che vadano al di là del semplice riferimento ad una evenienza, sia pure drammatica, ma sostanzialmente personale?

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