IL GIOCATORE di Sergej Prokof’ev alla Scala

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Come già avevo osservato nei miei commenti a 184, l’opera di Lorin Maazel recentemente rappresentata alla Scala, anche ne Il giocatore, l’opera di Prokof’ev che ho visto giovedì scorso, sempre alla Scala, è opportuno partire dalla fonte ispiratrice, il romanzo omonimo di Dostoevskij. Il libretto dell’opera, dello stesso Prokof’ev, ricostruisce fedelmente tutta la prima parte del romanzo, cioè quella che descrive l’ambiente del Grand Hotel di Rulettenburg, gli intrighi fra gli squallidi personaggi che lo abitano, l’attesa di un’eredità che non arriva, l’amore senile del Generale per la demimondaine Blanche, gli imbrogli del cosiddetto Marchese, la frustrata passione di Aleksej per Polina figliastra del generale, l’ambiguo rapporto che lega Polina al Marchese, etc.

Il dramma operistico si discosta dal libro al momento dell’arrivo della nonnetta: non tanto per gli eventi, che sono più o meno gli stessi del romanzo (la nonnetta gioca alla roulette e perde tutto; la compagnia del Grand Hotel in assenza della sperata eredità si sfascia; Aleksej sembra ricuperare il sospirato rapporto amoroso con Polina, gioca e vince una somma considerevole, ma alla fine perde la fanciulla che se ne va seguendo il suo carattere indipendente) quanto per il senso degli eventi. In Dostoevskij questa seconda parte del romanzo, ed ancora di più la terza parte, quella che descrive Aleksej a Parigi ormai vittima dell’indifferenza totale che prende il giocatore in preda alla dipendenza (che nell’opera manca totalmente), hanno nella passione per il gioco e nei suoi effetti devastanti l’elemento centrale. Gli eventi che intercorrono fra i personaggi, i loro conflitti, le fratture e le riappacificazioni sono la rete di eventi sui quali la passione del gioco, come vera protagonista, agisce.

Nell’opera invece l’aspetto drammaturgicamente portante è rappresentato dagli eventi che intercorrono fra i personaggi. Il gioco è una delle occasioni, attorno alle quali il dramma si sviluppa: la nonnetta perde tutto, certamente, e rovina tutti progetti e le speranze della comitiva che si sfalda, ma il rapporto fra la nonnetta e gioco è sorvolato (nel romanzo è l’elemento centrale della seconda parte); Aleksej va alla sala da gioco e vince una somma favolosa, ma anche qui non è tanto la dipendenza dal gioco che travolge il protagonista (e che sarà, invece, nella terza parte del romanzo la causa della sua degenerazione) che interessa la rappresentazione, quanto il gusto di Prokof’ev nel descrivere l’affollamento, la confusione di una sera al casinò, con la gente che punta, che si affanna al tavolo da gioco, che ruba, che applaude le vincite, che si sgomenta per le perdite, che si meraviglia, ecc., mentre Aleksej si lancia in una onirica rincorsa ad una fortuna assurda. La conclusione drammaturgica dell’opera avviene sulla frattura fra Aleksej e Polina, dopo la vincita e dopo un duetto d’amore che culmina con l’unico rapporto intimo fra i due, mentre la compagnia del Grand Hotel si è completamente disfatta con la partenza del Marchese e di Blanche, la partenza della nonnetta, e la disperazione del povero Generale abbandonato da tutti al suo destino di rovina.

Il quadro che ne esce è quello di una vicenda che coinvolge personaggi squallidi, dove le passioni sono subordinate al denaro, e il denaro non altro è che possibilità di sfoggio di ricchezza, strumento di conservazione del rango e quindi del potere. E il denaro lo si acquisisce attraverso i prestiti, lo si spera attraverso eredità, lo si cerca nella sala da gioco.

Lo squallore dei personaggi è raffigurato nello squallore della scenografia. La scena centrale rappresenta la hall di un albergo a tre stelle, pareti celestine, travi verticali di alluminio che delimitano internamente gli spazi, poltrone di color chiaro un po’ dovunque, in parte libere, in parte occupate da personaggi che chiacchierano del più e del meno; sullo sfondo il bancone, spoglio e occupato da un impiegato; la luce è intensa, chiara, fredda. Nessun lusso e soprattutto assenza di buon gusto. Durante la rappresentazione, la scena centrale scivola lateralmente con molta lentezza in modo da portare in primo piano altri locali: a sinistra la squallida stanzetta di Aleksej, sempre con pareti celestine, un letto, una grande finestra con telaio in alluminio; a destra due locali, anch’essi con pareti celestine, che rappresentano spazi interni dell’albergo (uno potrebbe essere la stanza di Polina, l’altro la stanza del generale, ma i ruoli sono intercambiabili e modificabili).

Nell’ultimo atto lo spazio centrale, quello occupato dalla hall negli atti precedenti, diventa la sala da gioco del casinò, con i due tavoli della roulette, e le pareti sempre del color celestino che domina tutta la messa in scena.

La regia di Dmitri Černjakov fa vivere i personaggi sottolineandone il carattere grottesco e lo squallore dei rapporti umani. Aleksej (interpretato da Misha Didyk), impersona un giovane esagitato, con atteggiamenti a volte drammatici, come quando subisce il sarcasmo di Polina, a volte buffoneschi come durante l’incontro con la baronessa tedesca; Polina (Kristine Opolais) si manifesta come una donna sprezzante, orgogliosa, con un vestito nero che ne sottolinea il carattere, ma cosciente di essere profondamente sporca nel proprio interiore; la vediamo, in una stanzetta lateralmente alla hall dell’albergo, subire freddamente le volgari attenzioni del Marchese, mentre a fianco, nella hall, il Generale si scontra con Aleksej a causa di marachelle di quest’ultimo, e lo licenzia per subito dopo pentirsene; il Generale (un formidabile Vladimir Ognovenko) è il vecchio trombone, preoccupato della propria posizione sociale e delle eredità che dovrebbe arrivare alla morte della nonnetta e che dovrebbe risanarlo economicamente; è irretito da Blanche (Silvia de la Muela), demimondaine bionda vestita in modo vistoso, che alterna dolcezza e smancerie ad altezzosità di comportamento, a seconda con chi ha a che fare; il Marchese (Stephan Rügamer), è rappresentato come un semigiovane vestito in modo sportivo, addirittura in qualche occasione con jeans e maglietta, con atteggiamenti viscidi, e preoccupato solo di rapinare soldi al Generale; Astley (Viktor Rud), è l’inglese razionale, sobrio, elegante, che riceve le confidenze di Aleksej e che conosce misteriosamente tutti gli intrighi della compagnia; ed infine la nonnetta (Stefania Toczyska), che arriva all’Hotel coperta da una pesante pelliccia, seguita da marcantoni guardaspalle, cranio rasato, occhiali scuri, vestito nero, e da una lunga teoria di bagagli. La nonnetta si dimostra subito padrona della situazione, siede in poltrona, sceglie chi deve sederle accanto, ordina, pretende, e i marcantoni del seguito fanno in modo, con le buone o con le cattive, che i suoi ordini siano prontamente eseguiti.

Le scene oscillano fra il drammatico e il comico, quest’ultimo sottolineato dal regista, come ad esempio i “balletti” di Aleksej quando arrogantemente omaggia la baronessa tedesca, o del Generale quando cerca di riconqistare Blanche che, a causa dell’eredità mancata si è allontanata da lui; o gli svenimenti con pronto ricupero davanti a notizie disastrose; o ancora l’affollamento davanti ai tavoli della roulette, le grida della folla, i commenti, le urla dei croupier: tutto crea un’atmosfera di falsa allegria, ma soprattutto di squallore ambientale.

La musica di Prokof’ev è fortemente decrittiva. Ogni scena ha il suo punto di riferimeto musicale. Timbricamente la musica è ricchissima, le dissonanze vengono usate per sottolineare il grottesco di molte situazioni. Il canto è praticamente un declamato nel quale quasi mai si avvertono spunti lirici. Alcuni intermezzi, come ad esempio quelli che precedono e seguono la scena del casinò, sono brani di musica realmente molto belli. Ma tutta la musica dell’opera è attraente.

Barenboin l’ha diretta con grande chiarezza, riuscendo a dare al linguaggio musicale una valenza espressiva che ha affascinato il pubblico in sala.

Gli interpreti hanno cantato ad un ottimo livello e hanno saputo esprimere i personaggi in tutti i loro atteggiamenti, spesso con sottolineature forzate degli aspetti comici o di quelli grotteschi che danno vita all’opera.

Gli applausi sono stati entusiasti. L’unica cosa da notare sono le solite buate provenienti dal loggione, che hanno infastidito diverse persone presenti in sala. Qualcuno ha commentato: ma non si potrebbero booare i booatori? Mi pare giusto!

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