TUTTA CASA, LETTO E CHIESA, di Dario Fo e Franca Rame, 1977-85

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Si tratta di sei monologhi scritti da Dario Fo e Franca Rame e recitati da quest’ultima. Il contenuto fa riferimento alla condizione femminile, e dal ’77 all’85 modifica i propri contenuti in funzione degli eventi politici che coinvolgono la società civile.
Nel video che ho a disposizione i monologhi presentati sono quattro: Una donna sola; La mamma frichettona; Abbiamo tutte le stessa storia; Medea. La rappresentazione è al teatro Odeon di Milano, nel 1985.

Una donna sola.
È la classica casalinga, moglie di un uomo che non le fa mancare nulla, tranne il piacere di vivere. E per questo, mentre fa i suoi lavori quotidiani, lava i panni, stira, ordina la casa, etc. non può fare altro che ascoltare la radio, il giradischi, la TV, tutto ad alto volume. Sono gli strumenti che le danno l’illusione di vivere. Ella non può vivere senza questo continuo rumore. Una mattina, mentre stira, scopre che nell’appartamento della strada di fronte c’è una nuova inquilina affacciata alla finestra. È un momento emozionante: una persona con cui parlare, scambiare esperienze… finalmente riuscire vivere almeno un po’! E così comincia a parlare, conversare, chiacchierare, e finalmente raccontare la sua vita quotidiana: oltre alle faccende domestiche, tutti i giorni le stesse, la sera deve concedersi al marito per la scopata quotidiana, fatta ovviamente senza alcuna partecipazione; deve accudire al cognato, il fratello del marito, tutto ingessato per un incidente. Questo signore ha il brutto vezzo di allungare l’unica mano libera e toccare il culo alle donne di servizio (che così se ne sono andate lasciandola sola), e poi anche a lei stessa (ma questa volta educatamente, chiedendo prima il permesso). Deve accudire ai bambini, col più piccolo che dorme sempre e che quasi se ne dimentica, mentre la più grande, che la vede mai? È sempre fuori casa con amici e amiche. Deve rispondere al telefono, e spesso si tratta di sozzoni che le dicono parolacce; deve urlare e minacciare contro un voyeur della casa di fronte che col binocolo la spia quando è in deshabillè; deve rispondere alla porta, che però non può aprire perché il marito la tiene in casa chiusa a chiave; e questo tutti i giorni, senza mai un attimo di tregua. Perché il marito la tiene chiusa a chiave? La donna racconta l’unica avventura della sua vita con un giovane insegnante di inglese, che si è innamorato di lei, e al quale ella ha ceduto, riuscendo, per una volta, a vivere una vera esperienza d’amore. Ma il marito l’ha scoperta e così l’ha rinchiusa. Il monologo finisce in un momento di esasperazione della donna, che in vari modi riesce a liberarsi di tutti i suoi persecutori, marito, cognato, voyeur, zozzone telefonico, e lo stesso insegnante d’inglese che la perseguita, tornando così ad essere libera, finalmente!

La mamma frichettona
Il monologo inizia con la donna che per sfuggire alla polizia nel corso di una manifestazione, entra in una sagrestia e finge di confessarsi. Si tratta di una donna della normale borghesia che a suo tempo ha avuto un figlio, che ha cresciuto con tanto amore. Ma il figlio, crescendo, a scuola, assieme ai suoi compagni si arruola nella contestazione, partecipa a manifestazioni, subisce cariche della polizia, viene ferito dalle manganellate. Inutilmente la mamma cerca di metterlo in guardia, di sconsigliarlo. Alla fine pensa che l’unica cosa per proteggerlo è quella di seguirlo. E così anche lei entra nelle manifestazioni, più o meno violente, subisce le cariche della polizia, e alla fine, in una di quelle più aggressive, finisce di perdere il figlio, del quale non riesce ad avere più alcuna notizia. Finisce per entrare in comunità di tipo hippies, prova la droga, l’hascis, poi la distribuisce, diventa quasi una celebrità: la mamma frichettona. Il rapporto con il figlio, che all’inizio è stata la causa del suo scendere in piazza, alla fine diventa un rapporto analogo a quello che ella ha con tutti i giovano contestatori che finiscono per trovare in lei una specie di guida.

Abbiamo tutte la stessa storia.
È il monologo di una donna mentre fa all’amore col suo uomo. Non è un amore imposto. Al contrario, è un amore dolce, delizioso, erotico. Ma anche così la donna è succube. L’uomo dimostra di non preoccuparsi dei problemi della gravidanza. Certo, non è che se ne freghi. Anche lui capisce il problema della donna, ma continua a ritenerlo un problema di lei, non ne è partecipe, e se per un eccesso di tensione erotica finisce di mettere incinta la donna, poi è questa che deve sopportarne le conseguenze. L’aborto? La legge 194 dovrebbe proteggerla e consentirle un aborto gratuito. Ma le cose non stanno proprio così. Il personale è sgarbato, l’anestesia è superficiale e di fatto non attenua il dolore, molti del personale sono obiettori. Insomma, sarebbe più semplice fare un aborto clandestino, ma il prezzo è insopportabile. E a fare l’aborto clandestino sono gli stessi medici che nella struttura pubblica sono obiettori. Furbi loro! Alla fine è meglio tenerlo, questo figlio. E così la gravidanza va avanti. È la donna che ne sopporta tutto il peso. Al massino il marito “fuma nervosamente”. Bello sforzo! Nasce la bambina, e la mamma gli racconta una favola: la favola del gattone rosso, della bambina bionda, dolce, dagli occhi azzurri, della bambola di pezza che dice parolacce alle persone contro le quali si arrabbia, dell’ingegnere elettronico che una maga ha trasformato in lupo. Il gattone rosso è il compagno; la bambina dolce e la bambola di pezza sono le due anime che vivono della donna; l’ingegnere elettronico è il padrone. La parte combattiva della donna (la bambola di pezza che dice parolacce) va col gattaccio; la bambina dolce sposa l’ingegnere elettronico e con lui è felice, finché la bambola di pezza la libera dal padrone facendolo scoppiare. Bambina dolce e bambola di pezza si fondono l’una nell’altra, prendendo coscienza e scoprendo che la loro storia è la stessa di tutte le altre donne.

Medea.
È il racconto di Medea, che aiuta Giasone a conquistare il vello d’oro, e poi parte con lui dopo avere ucciso il fratello e il genitore che si opponevano. I due convivono e hanno due figli. Col passar del tempo, Medea invecchia, e il suo diventa il destino di tutte le donne: quando invecchiano il loro uomo si sente autorizzato ad abbandonarle per andare a vivere con una più giovane. In questo caso, Giasone sposa la figlia del re. Medea si ribella, la trova una ingiustizia, ma tutti la invitano ad accettare il destino: ci sono due figli da allevare, d’altra parte Giasone è un uomo e agli uomini tutto è permesso. Ma Medea non ci sta. Capisce che figli, che pure lei ama spasmodicamente, sono il giogo che l’uomo mette sul collo della donna per costringerla a subire la sua volontà. E allora prende la decisione atroce: uccide i due bambini, liberandosi dal giogo e vendicandosi di Giasone. Poi su un carro alato si alza e si dilegua nel cielo.

Franca Rame recita nel modo classico che le appartiene, riuscendo a dare ai monologhi un’atmosfera di fresca ironia. Nella presentazione ci avverte che il tono è quello della satira, il contenuto quella della tragedia della sottomissione femminile. Ma è proprio la comicità dell’espressione quella che più di ogni altro modo fa prendere coscienza allo spettatore della tragedia dei contenuti. E cita un’espressione di Moliére: «Quando vai a teatro e vedi una tragedia, ti immedesimi, partecipi, piangi, piangi, piangi, poi vai a casa e dici: come ho pianto bene questa sera!, e dormi rilassato. Il discorso politico ti è passato addosso come l’acqua sul vetro. Mentre invece per ridere ci vuole intelligenza, acutezza. Ti si spalanca nella risata la bocca, ma anche il cervello e nel cervello e nel cervello ti si infilano i chiodi della ragione!»

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