IL VANGELO SECONDO MATTEO, di PierPaolo Pasolini, 1964

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Dopo i drammatici eventi de La ricotta, l’ interpretazione pasoliniana del Vangelo secondo Matteo mi sembra l’evoluzione necessaria. Là il racconto della Passione era fatto in termini satirici, anche se poneva come punti cardine del filmato la rappresentazione dal vivo di due bellissimi quadri del rinascimento italiano che ritraggono la deposizione (Rosso Fiorentino e Pontorno). Il discorso sul quale il filmato si conclude è che, nella realtà la vittima, dalla figura sacra del Cristo, si materializza nel povero cristo (è proprio il caso di dirlo) che interpreta il ladrone “buono” e che si salva dal morire di fame per morire poi di indigestione, aiutato dagli irridenti amici e colleghi.


Qui il tono cambia bruscamente. Il sorriso, evocato nella Ricotta, si trasforma in pensiero, meditazione, ricerca. Il racconto della vita di Cristo fatto da Marco è portato direttamente sulla scena, con un procedimento che rispetta l’asciuttezza dello scritto.
Il contenuto del Vangelo di Marco è ben noto: esso si svolge attorno al nucleo centrale rappresentato dal Discorso della Montagna, dalle emblematiche tentazioni del diavolo, e dalla lotta, che potremmo definire “politica” del Cristo contro l’establishment del potere (gli Scribi e i Farisei) e dell’uso che ne viene fatto: una lotta che mette sul piatto dei valori l’umanità dei comportamenti, la condanna della sopraffazione, l’uguaglianza delle gente e il disprezzo del potere garantito dal possesso del denaro. Essa terminerà con la sua crocifissione, e di questo Cristo è ben consapevole, tanto che lo ripete per ben tre volte ai suoi discepoli. Il potere non tollera chi lo mette in discussione, e ogni mezzo è buono per sopraffarlo. Ma dopo tre giorni, continua la sua profezia, egli risusciterà: cioè il potere alla breve vincerà, ma in tempi lunghi sarà soccombente, schiacciato dai principi della verità. L’aspetto più rozzo di questo scontro è il processo che si svolge sulle spalle di Gesù intentato dai sommi sacerdoti: le testimonianze contro l’imputato sono chiaramente false, e neppure i giudici, ampiamente prevenuti, ci credono. Per condannarlo si arriva alla ritorsione contro di lui della sua affermazione di essere il figlio di Dio: “Ha bestemmiato, è degno di morte!” si grida con soddisfazione.
Niente di diverso di quanto accade in ogni parte del mondo, in ogni secolo, decennio o anno. E anche il potere di Roma è “impotente” davanti al potere locale, che in queste “piccole cose” deve essere rispettato, per mantenerne la fedeltà. E la sua impotenza si esprime così nel liberare Barabba, noto ladro e assassino, piuttosto che non Gesù colpevole, al massimo, di affermazioni sgradite al potere.
Tutto ciò dimostra la natura politica di questa lettura del Vangelo, tanto più realistica quanto più gli strumenti filmistici usati sono essenziali, semplificati al massimo, spesso addirittura “rozzi”. Il bianco e nero qui ha grande efficacia. Un bianco e nero non nitidissimo, un po’ slavato, quasi come se le immagini ci provenissero dal molto lontano: non sono immagini della vita quotidiana; sono immagini che il tempo ci trasporta, che sono vive fin dal momento in cui i fatti sono avvenuti, ma che rimangono vive ancora oggi e certamente anche domani, dopodomani e così via.
L’ambiente è quello di una società primitiva dove le distanze fra una piccola élite ricca e potente, e il popolo straccione e povero sono incolmabili. Gesù, predicando, seguito dai 12 apostoli, percorre una campagna brulla, un deserto, nessuna coltivazione; a volte si apre uno specchio d’acqua dove alcuni pescatori, come Pietro, Giovanni etc. diventeranno suoi apostoli e pescatori di uomini. Le città (Nazareth, Cafarnao, Gerusalemme) sono rappresentate da case sovrapposte, porte e finestre come occhiaie vuote che guardano verso la brulla valle (come non pensare ai Sassi di Matera?). Gli uomini, la popolazione che le abita o che vive nelle campagne è una popolazione stracciona, sempre in grande movimento, dedita al piccolo e piccolissimo commercio; le donne coperte da un velo per lo più nero a torme riempiono lo schermo agitando le braccia assieme a bambini, che giocano, ridono, si distribuiscono fra la folla. Fra questa folla, compaiono a tratti i ricchi, i nobili, gli alti sacerdoti di una religione ridotta a forma di potere: quelli che Gesù chiama gli Scribi e i Farisei. Si distinguono per gli abiti azzimati, e gli enormi cappelli che li sovrastano e che sembrano corone espressione di potere. E proprio nei loro riguardi che le invettive più dure, le parabole, vengono dirette. E sono proprio loro che, guardandosi con segni di intesa, invece di respingere le accuse come supposte falsità, decretano la morte di Gesù come la via più spiccia per liberarsi dalle sue contestazioni.
Un altro aspetto molto importante ed eloquente del film sono i volti. Anzitutto il volto del Cristo (Enrique Irazoqui), che appare spessissimo in prima piano: è un volto dolcissimo, ma quasi sempre serio. Lo vediamo sorridere solo in presenza dei bambini, e lo vediamo indurito con espressione di minaccia contro i potenti per le loro malefatte o quando caccia i mercanti dal tempio. Lo vediamo ispirato quando prega, e lo vediamo soffrire quando viene crocifisso, forse più per l’umiliazione che per il dolore fisico. Ma tutte queste espressioni sono quasi sempre solo accennate: prevale l’immobilità, la stabilità della verità, del messaggio che proviene da Dio. La sua voce, ci dicono le didascalie dei titoli, è doppiata da Enrico Maria Salerno, ed è una voce squillante, percorsa da un’autorità indiscutibile: quella, appunto, che viene da Dio.
Da notare il Discorso della Montagna: qui le immagini di Gesù si succedono in primi piani in tempi e in luoghi sempre differenti, come se le frasi, gli inviti, i comandi non provenissero da un luogo o un momento definito, ma da un luogo e un tempo infiniti, non umani ma all’uomo, pur infinitamente distante, rivolti.
Molto belle sono anche le immagini dei volti degli apostoli, che esprimono ammirazione, obbedienza, speranza, ma senza dare a queste espressioni un significato particolare. Sono le espressioni del popolo, della gente di tutti i giorni che popola le strade di queste città e di queste povere campagne. E i primi piani di questi popolani formano, nella narrazione, quello che in un dipinto si potrebbe definire “lo sfondo”: espressioni ricche di significati, ora di meraviglia, ora di curiosità, ora di incredulità, ma statiche, mai sottolineate, mai rimarcate; sono così perché così è la gente che sente predicare ciò in cui ha sempre creduto me che le è stato sempre negato. Appaiono in diverse condizioni anche i volti dei potenti, che lo ascoltano increduli e soprattutto infastiditi o sprezzanti. Tutti i volti, tutte le espressioni appaiono estremamente umane, senza ombra di recitazione e danno un ritmo estremamente lento, quasi avulso dal tempo, al procedere del racconto.
Per finire la musica: Pasolini anche qui, come nei film precedenti si avvale di musiche famosissime: sempre in primo piano Bach, con brani della Passione secondo Matteo, con musica tratta dai suoi concerti, soprattutto i concerti per violino, e altri brani di grandissima notorietà e bellezza, che danno un sapore ultraterreno alla predicazione. Nei momenti concitati o in quelli dolorosi (la strage degli innocenti all’inizio o la Passione alla fine) si sente la musica di Prokof’ev dall’Aleksandr Nevski, soprattutto la battaglia sul ghiaccio, e il canto del mezzosoprano quando per il campo di battaglia le donne rimaste vedove sono alla ricerca dei loro morti. Nei momenti di maggior serenità, soprattutto quelli che accompagnano la folla festosa, si sente il canto della “Missa Luba”, che anche apre e conclude il film.
Conclusione: si tratta di un film molto bello, sia dal punto di vista della costruzione, sia dal punto di vista del contenuto, sia dal punto di vista del significato allegorico. Direi, che proprio per questi aspetti potrebbe essere un film eterno, come all’eternità si riferisce la predicazione di Cristo. Vale la pena di riportare qui un’affermazione del regista che chiarisce il senso di questo film, criticato dai cattolici, ma ancora più dalla sinistra del momento in cui è stato proiettato la prima volta: “[...] io ho potuto fare il Vangelo così come l’ho fatto proprio perché non sono cattolico, nel senso restrittivo e condizionante della parola: non ho cioè verso il Vangelo né le inibizioni di un cattolico praticante (inibizioni come scrupolo, come terrore della mancanza di rispetto), né le inibizioni di un cattolico inconscio (che teme il cattolicesimo come una ricaduta nella condizione conformistica e borghese da lui superata attraverso il marxismo)”.

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