VENUTO AL MONDO, di Margaret Mazzantini
Si tratta di una prolissa storia d’amore sullo sfondo della guerra civile seguita al disfacimento della Jugoslavia nel post-Tito, e in particolare dell’assedio di Sarajevo da parte dei cetnici Serbi. L’elemento cruciale della storia è rappresentato dallo scontro fra un amore travolgente e il desiderio non soddisfatto di maternità della protagonista, Gemma.
La storia comincia con un colpo di fulmine fra Gemma, da poco sposata secondo una logica borghese con un marito “per bene”, e un fotografo spiantato (fotografo di pozzanghere, si definisce), Diego, fragile nel carattere ma forte nella passione amorosa. I due si conoscono durante un viaggio di Gemma a Sarajevo (1982, l’anno delle Olimpiadi invernali) fatto per completare una tesina pre-laurea. Complice dell’incontro, un poeta, guida turistica a tempo perso, e amico di Diego e come lui spiantato, Gojko.
Il racconto si sviluppa come un lungo flash-back, un racconto di ricordi di Gemma, ora donna cinquantenne che vive a Roma, madre di un figlio, Pietro, e sposata a un ufficiale dei Carabinieri, Giuliano.
L’occasione che fa riemergere le ricordanze di Gemma, è una telefonata di Gojko, sparito dalla sua vita da oltre un decennio. Gojko la informa che a Sarajevo si sta organizzando una mostra di fotografie di Diego, il suo antico amante e poi marito, da diversi anni morto, e la invita a raggiungerlo per far rivivere, almeno per pochi istanti, una esperienza intensa e passata.
Gemma andrà, e porterà con se Pietro, adolescente vivace, che sta incominciando a formare la propria personalità.
La rivisitazione di luoghi che hanno visto nascere, crescere, tormentarsi un amore, è l’occasione per Gemma di ripercorrere questo periodo della sua vita di trentenne. Il racconto si dipana fra Sarajevo, dove i due amanti si sono visti la prima volta (una Sarajevo felice, quella dei giochi olimpici), Genova, la città di Diego, Roma, la città di Gemma e poi ancora Sarajevo, quella dell’assedio, quella della vita in perenne bilico. Gemma rievoca una vita in comune fatta di ricerca, di rapporti a volte intensi, a volte più distratti, ma sempre tenuti desti dal reciproco innamoramento che non si affievolisce. I due si sposano, vogliono avere figli. Si verificano alcune gravidanze che esitano in aborti. Il figlio tanto desiderato non viene. Il parere dei medici è negativo: Diego è fertile, i problemi sono di Gemma. Anche il ricorso alle tecniche più sofisticate non ha successo, come non è possibile il ricorso alla adozione. Resta il ricorso all’illegalità, l’affitto di un utero. Un tentativo in Ucraina viene respinto da Gemma, che si rende conto che quel tipo di commercio non è altro che sfruttamento di situazioni di estrema miseria.
Contro ogni aspettativa, tuttavia, durante un ennesimo viaggio a Sarajevo, Gemma e Diego conoscono una giovane donna, Aska, che si dice disposta a fare da “cicogna”. Questa possibilità rimette in moto speranze, sogni che sembravano ormai immersi nella nebbia della disperazione. Aska farà un figlio a Diego che poi cederà a Gemma: vi sarà un solo rapporto nel momento della fertilità della donna. Fra i due non vi sarà né amore né piacere. Questo è il patto.
Le cose tuttavia non andranno così. A Sarajevo comincia la guerra con lo strascico di sangue, dolore e distruzione. Il rapporto atteso non vi sarà. Gemma e Diego torneranno in Italia, per riprendere la loro vita di sempre. Ma qualche cosa è cambiato. Diego appare irrequieto, finché un bel giorno decide di partire. Torna a Sarajevo, insinuando in Gemma il sospetto che sia nato qualche cosa fra lui Ask. Ella decide allora di seguire il marito. Siamo nel 1992. Nella città infuria ormai la guerra. La vita è precaria. Si vive nelle cantine. Le bombe distruggono gli edifici. Non si può uscire durante il giorno. I cecchini nelle strade fanno vittime in continuazione. Personaggi, amici, vicini di casa, tutti soffrono una precarietà sempre in agguato. In questo ambiente Gemma viene informata che Aska è incinta e sta per partorire. Il figlio, come convenuto sarà di Gemma, la quale tuttavia non sa se questo figlio è frutto di un amore oppure del famoso “unico rapporto”. Comunque ella decide di tornare in Italia, ma Diego non la seguirà. Evidentemente è trattenuto da questo nuovo amore. Alleverà lei il bambino, quello che è stato sempre il suo sogno, anche senza Diego. Nelle difficoltà del ritorno, Gemma conosce un ufficiale dei carabinieri, Giuliano, persona che si dimostra estremamente rassicurante, che l’aiuterà a uscire dalla situazione drammatica, e col quale costruirà la sua nuova famiglia. Diego non lo vedrà più. Verrà solo a sapere della sua morte.
Mentre Gemma cinquantenne, girando per Sarajevo accompagnata da Gojko, rievoca tutta questa complicata storia del suo passato, Pietro, all’inizio scontroso e poco propenso a cercare di saperne di più sul proprio padre naturale (egli considera suo vero padre Giuliano, col quale è cresciuto), gradualmente, apprendendo le vicissitudini di una guerra feroce e sanguinosa, e le circostanze reali nelle quali è nato, comincia a lasciarsi coinvolgere.
Gemma a questo punto è presa da dubbi: Pietro sa chi è il suo padre biologico, e giunge perfino al punto di concepire la necessità di conoscerne meglio la storia. Ma non sa che Gemma non è la sua vera madre. Questo interrogativo rimane. E rimarrà anche quando l’ultima parte del mistero (le vere origini di Pietro) si svolgerà davanti agli occhi sbalorditi di Gemma. Ma, conclude la Mazzantini, tutto sommato tutto ciò che sta sotto il mistero svelato, non è importante: quello che importa è l’amore che Gemma e Giuliano offrono a Pietro e quello che Pietro, ora più consapevole, restituisce loro.
Il libro è molto lungo e, secondo me, prolisso. Le vicissitudini sono raccontate con grande ricchezza di particolari, spesso pleonastici o poco interessanti allo svolgimento della storia. Le descrizioni ambientali, delle persone, anche di personaggi minori, abbondano e appesantiscono la narrazione, già in parte appesantita dalla tecnica usata di rievocare le vicende passate con ripetuti flash back.
I personaggi non mi hanno trasmesso una vera partecipazione umana, e dai loro tormenti interiori personalmente non mi sono sentito granché coinvolto. Gemma è un personaggio contradditorio, portato più al lamento che all’amore per la vita. Sia nei momenti di felicità (pochi nel romanzo), sia nei momenti di difficoltà, di delusione, o di dolore mostra uno stato d’animo sofferente che finisce per non commuovermi più di tanto. Diego non riesce ad offrire più che un carattere di ragazzino immaturo, anche vigliacchetto anzichenò (per più di metà romanzo non fa che identificare il proprio amore per Gemma con la propria vita, e continua a farlo anche quando si innamora di un’altra e abbandona la moglie senza una frase di spiegazione), e francamente non si capisce come possa essere la sorgente di un amore travolgente come quello che prende Gemma (che poi, forse per contrasto, si innamorerà di una persona positiva come Giuliano). Gojko non riesce a superare i contorni del personaggio fantasma, presente solo perché a lui sono dovute alcune soluzioni della vicenda. Anche lui entra nel groviglio di sentimenti della protagonista (mancato amante, si definisce), senza per questo essere più vivo di quello che appare. Pietro, il figlio adolescente, quello che rappresenta un po’ la chiave di volta di tutto il romanzo, al di là di qualche espressione tipica degli adolescenti di oggi (alle osservazioni della madre, giuste o sbagliate, risponde invariabilmente “che palle!”), e di fugaci manifestazioni di curiosità di un passato travagliato, non ha corpo. Aska, suonatrice di tromba, punk, bosgnacca, oltre alla sua offerta di svolgere il ruolo di cicogna, avrà un ruolo un po’ particolare, soprattutto nel finale. Forse è il personaggio più interessante, anche se posto per quasi tutto il racconto in secondo piano, e viene fuori solo nel finale. Tutti gli altri personaggi, e sono tanti, sono solo disegni fugaci, nella maggioranza per ricostruire il dolore e le sofferenze di una guerra, ma anche l’orgoglio di una società, quella bosniaca, con tradizioni di civile convivenza interetnica e interreligiosa, che l’odio razziale e politico vorrebbe distruggere.
La scrittura: francamente l’ho trovata faticosa e poco stimolante. Più di una volta mi sono chiesto se valesse la pena di continuare la lettura. Descrizioni chiaramente eccessive: frequenti e prolungate. Pazienza gli ambienti, che possono aiutare a entrare nella vicenda, ma troppo spesso la Mazzantini, a volte con gli occhi di Gemma, ma a volte per gusto personale, descrive i vestiti, l’aspetto, i monili, etc. dei diversi personaggi, soprattutto femminili che entrano nella vicenda, senza che queste descrizioni aggiungano granché alla comprensione o all’immaginazione. Diciamo che è un tipo di scrittura che ho verificato diverse volte in romanzi scritti da donne. L’aggettivazione, nelle descrizioni, è sovrabbondante, spesso utilizzando frasi costruite con figure retoriche. Accanto all’aggettivazione poi occupano un posto particolarmente ampio i paragoni.
Alcuni esempi di questo tipo di scrittura: «Resta, s’infila dentro. Come mare che ha viaggiato e violentemente si ricongiunge a se stesso. Scava indietro negli anni trascorsi per scolarsi il buco del tempo nella gola impudica di questa sguardo straziante e gioioso». Oppure: «a cinquantatré anni è facile pisciare lacrime incontinenti»; o ancora «Carne che scorre nella sua ordinata quotidianità». Anche questo: «La neonata sembra una vecchia. Ha addosso l’odore del suo viaggio, un odore fondo di pozzo, di lago». «tutti quegli strati che mi tenevano lontana dalla mia nudità, da quel fosso vulnerabile, infantile che era il mio corpo». Parlando di una sua metamorfosi a Sarajevo: «un addio definitivo a un’altra donna, una rachitica mendicante che avevo sconfitto, che non viveva più in me». Parlando di Gojko: «Era ascetico e carnale nello stesso volto. Aveva quel mento bucato da bambino, e una mestizia in più nello sguardo incassato». Oppure particolari di una cena: «…crostacei, cozze alla buzara, con aglio e pan grattato, e quel formaggio saporito fatto con il latte di capre che brucano gli arbusti sulle rocce. E caraffe di vino locale».
I pochi esempi che ho citato si prolungano per tutto il libro. È possibile apprezzare certe associazioni, certi aggettivi ricercati, in alcune occasioni. Ma quando queste forme, che trovo decisamente retoriche, finiscono per essere molto frequenti, mi pare che siamo in presenza di un modo di scrivere pesante, che induce a una lettura faticosa. Se la trama e i temi toccati (soprattutto il tema della maternità, nelle sue variabilissime accezioni, l’ambiente claustrofobico di una città assediata, la descrizione degli aspetti della convivenza di etnie e religioni diverse quale si verifica in Bosnia) indubbiamente sono temi di interesse, la forma e la prolissità descrittiva oltre all’eccessivo uso di figure retoriche, finisce per ottenere il risultato di annacquare questo interesse. In conclusione devo dire che mentre il romanzo della Mazzantini che ho letto in precedenza, Non ti muovere, mi era piaciuto, la stessa cosa non la posso dire di questo romanzo.
Ascolta l’intervista a Margeret Mazzantini su Fahrenheit (radiotre)

6 Agosto 2009 alle 17:45
[…] su un foglio un coacervo di banalità . Vi risparmio la trama che potete trovare con un click qui; e la storia piena di canditi sulla procreazione, il bambino perso, il desiderio di maternità . […]