ua poetica e del suo percorso umano e spirituale. Ma è soprattutto nelle “crocifissioni” che l’artista ha impresso la traccia indelebile della propria implicazione nelle vicende corali e individuali dell’umanità, è soprattutto nel serrato e spregiudicato dialogo con l’iconografia tradizionale della crocifissione e della croce, il simbolo più potente della civiltà occidentale, che Manzù ha fornito la scena per una indelebile rappresentazione della sofferenza. Sui bassorilievi di bronzo, simili a fogli sfrangiati e irregolari come di carta antica e preziosa, figure affiorano sulle superfici, e si distaccano appena dal fondo, leggere, a volte più disegnate che formate, a volte ancora quasi liquide, memori della originaria mollezza della creta cui è subentrata la durezza del bronzo. Da tali affi
oramenti, da tale apparente indeterminatezza materica scaturisce e si afferma una convinta e risoluta visione del dolore dell’essere umano. Privo dell’aureola che ne connoterebbe la divinità, il crocifisso in queste opere di Manzù è assieme partigiano senza nome e senza volto ammazzato dal Potere, e figlio di Dio. E la croce, non solo simbolo spirituale ma anche strumento di una metafora gravata da una dolorosa finitudine, è il luogo ove il baratro della morte accomuna il partigiano e il Cristo. Mettendo in scena l’uomo che agonizza sulla croce, il “povero cristo” che come accade ne “La ricotta” di Pier Paolo Pasolini a volte muore anche per un destino assurdo e beffardo, Manzù sigilla nella superficie del bronzo una tragica e grottesca simbolica del male, ove gli indimenticabili figuranti del Potere, dai corpi flaccidi o irrigiditi negli aulici paludamenti, testimoni e assieme responsabili della morte del crocifisso, pare abbiano annientato quella “fiducia” che, sola, può condurre verso il futuro. Resta, intensa, commossa, una pietà dolente, che abbraccia, con amore, gli ultimi, gli sconfitti, i più amati da Cristo.