male e volutamente inerme rispetto ad esso. Di questa fragilità dinanzi alla morte è testimonianza suprema la Crocifissione di Mathias Grünewald a Colmar, con il suo Cristo contratto e abbandonato nella spasimo di una consumata agonia. Ma anche la cruda, terribile, testimonianza dello scrittore ebreo Elie Wiesel, quando ne La notte racconta l’impiccagione di prigionieri in un campo di concentramento tedesco: “I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora… Più di mezz’ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito domandare: – Dov’è dunque Dio? – E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca”.
midi visive con progressive gradazioni di oscurità, quasi a segnare l’avanzare dell’ingiustizia in forma di dura lex, sed lex [I]; da una specie di tomografia cerebrale, con il cervello diviso da circonvoluzioni appena accennate sulla parte sinistra a rappresentare l’immagine
della Veronica in noi [VI]; da una donna nuda alla Picasso a significare il passato della Maddalena e l’attrazione che l’eros esercita su tutti
[VIII]. Una citazione di Piergiorgio Bellocchio – da un articolo del 1985, Dalla parte del torto –, relativo all’inciviltà che avanza e di cui nessuno si preoccupa, appare al margine, scritta col sangue, dell’episodio della crocifissione: “Nessuno si era accorto di nulla. Nessuno si riteneva disturbato”
[XI]. Oppure, nella X stazione della nuova serie (Gesù spogliato delle vesti e sul vestito si tirano le sorti), al di sopra di alcuni fogli di giornale, si pone l’agenda, sbiadita e non utilizzata, per segnare giocate serali a briscola.
non si ripete forse il dramma del Giusto condannato ingiustamente, consegnato dai Farisei (prototipo di mentitori) a Pilato, che per ragioni politiche, per non provocare disordine in una provincia romana ribelle, viene mandato incontro a un sinistro plebiscito popolare? E, nella nuova interpretazione, quel “mento” luminoso che campeggia sul cliché, sui simboli specularmente rovesciati dei partiti italiani della ‘prima repubblica’, non è forse, più che un sintomo di qualunquismo o di disaffezione per la politica, una protesta perché la verità è divisa e irriconoscibile, perché si è costretti a venire a compromessi, condannando quell’uomo che, simbolicamente, rappresenta “la verità e la vita”? Da notare che, dalla prima alla seconda serie, cambia il valore di posizione dei lacerti di te
la o, più in generale, della citazioni dall’antico. Il frammento era prima aggiunto e riceveva tutta la sua visibilità, corrispondeva a una memoria forte. Attualmente, è strappato, tolto, figura quasi come un buco, una voragine che rischia di propagarsi all’intera superficie del quadro, a svuotarlo dall’interno. Non sempre, però. Un quadro del cremonese Marcantonio Ghislina (1676-1756), trovato anch’esso da un rigattiere e rappresentante l’Apoteosi di san Giuseppe tra angeli con il bastone fiorito retto da due putti alati, praticamente integro. In quest’opera di Xerra la vecchia tela è dominante, non è un lembo di dipinto antico, come in altre opere, dove è un piccolo “fuoco” rispetto alla superficie totale. Gli interventi del nostro artista consistono in alcune annotazioni non prive di tratti ironici, in un’accesa colorazione geometrica in contrasto con le colorazioni della tela, in alcune veline che sottolineano la ferita dell’opera. È come se l’opera attendesse, fin dalle prime pennellate di Ghislina, di subire queste trasformazioni, come se il presente si incastonasse nel passato e lo prolungasse, accondiscendendo al suo intervento.
: come desiderio di riscatto della miseria umana, riconoscimento della sua fragilità, possibilità ultima di districare la verità dal suo impasto di menzogna. La quinta della nuove Stazioni della Via Crucis mostra il Cireneo che “improvvisaMENTE”. Non è stato Xerra definito il Cireneo di Ziano? Una persona pronta ad aiutare il prossimo, ma consapevole della menzogna che contagia anche l’artista, coinvolto dalla falsità della cultura ufficiale e dal bisogno, spesso di adeguarsi ad essa per potersi affermare, di venire a patti con il mercato per riuscire? Si è sempre sul punto di inquinare la propria ispirazione e, proprio per questo, occorre essere consapevoli dei compromessi praticati e della menzogna che ne consegue, oltre che dell’aridità di un’arte contemporanea, che – dispersa tra mille linguaggi – sembra diventata una Babele priva di ispirazione e di coraggio, malata di alessandrinismo e di epigonalità.
ta più a cuore e ci tormenta, dalla nostra Via Crucis che
speriamo si concluda con la nostra vita. È questa, probabilmente, la ragione per cui l’arte in genere deve continuamente trovare la sezione aurea, l’equilibrio tra la superficialità desensibilizzante delle opere che attingono i livelli profondi dei conflitti e l’eccesso sregolato di coinvolgimento psichico che non sa mantenere le distanze e che conduce allo sprofondare in un abisso informe (come accade nel caso dell’emozione che si prova di
nanzi al Cristo morto del Mantegna, che Xerra
ha magistralmente riprodotto [guarda i due quadri a confronto], alla Pietà di Michelangelo al Don Carlos di Verdi)
(oppure, in questo stesso momento, mente?). Accanto alla tela raffigurante il Gesù caricato della Croce, si stagliano incollati e barrati da una croce nera vecchi documenti burocratici relativi all’azienda agricola di famiglia (quote latte, avvocati), ricordi di croci terrene difficili, ardue da portare. Vi è in Xerra una sorta di vena religiosa, nel cogliere la malinconia del passato, della vita che si distrugge. È un tema quello della memoria familiare e del rapporto tra generazioni che ritorna anche nella vecchia e nella nuova versione della quarta stazione (Gesù incontra la Madre)
, con significative differenze compositive, ma con simili intendimenti. Nella prima serie il disegno a colori squillanti della nipotina Vittoria si affianca allo sbiadito foglio del congedo militare del padre dell’artista di ritorno dal Montenegro, un incontro e un ricongiungimento sotto la croce della guerra, con il frutto di una continuità e di rinascita nel tempo, che è la bambina e chi le succederà nella catena della vita. Nella memoria riecheggiano le parole: «Ti ricordi William la volta che il babbo è tornato dal Montenegro». Anche nella dodicesima stazione della prima serie compaiono, accanto a foto polaroid scurissime, altri disegni infantili.
bambino giocava col trenino e con la croce (composta da due matite incrociate) in una montagnola di sabbia dentro una grande
tinozza di rame, che serviva alla madre per lavare i panni con la cenere. Il destino del bambin Gesù con la gioia del gioco nel periodo radioso dell’infanzia, aperto a tutte le speranze e a tutti i doni – i tre vagoni rappresentano oro, incenso e mirra – prelude, con triste contrasto, alla fine del cammino, al Golgotha. Richiama il destino di ognuno di noi e la responsabilità dei genitori che ci mettono al mondo per votarci alla morte. O di noi come genitori che mettiamo al mondo i nostri figli con la stessa triste prospettiva. Perché hanno dato a ciascuno questa tremenda responsabilità? Perché Maria, perché nostra madre non ci ha fermato? Perché nessuno riesce a trattenerci nell’infanzia e nell’innocenza, nell’ignoranza del male che ci attende? Perché avanziamo in un mondo in cui siamo fatalmente condotti a perdere progressivamente tutto?
alle mani. E così il tempo, che è ciò che muore continuamente, eppure continuamente rinasce, finché siamo vivi. Ogni istante ci sospinge dal noto verso il mistero dell’avvenire, ci proietta irreversibilmente in direzione della morte. Ci apre la porta dell’ignoto, come nel Cenotafio veneziano di Canova a Santa Maria Gloriosa dei Frari, dove in una bianca piramide marmorea si schiude, come una ferita da cui escono emorragicamente fiotti di senso, un uscio nero verso cui si dirigono statue allegoriche.
, la prima serie riporta attorno al doppio quadro un frammento del Vangelo apocrifo di Tommaso: “In modo che due siano uno, che l’interno sia come l’esterno e l’esterno come l’interno. L’alto come il basso e del maschio e della femmina una cosa sola e un occhio al posto di un occhio e una mano al posto di una mano e un piede al posto di un piede, un’immagine al posto di un’imm
agine”. In questo spartito visivo, una doppia croce di Sant’Andrea, con un tratto di congiunzione tra i due centri delle X, genera due A (simbolo di Assoluto) specularmente rovesciate. Una ulteriore interpretazione della XII stazione mostra un frammento di quadro antico, in forma di striscia sottile, che mostra un Gesù morto, incollato su un pezzo di giornale che porta una scritta che inizia “Noi, indifesi di fronte…”. Nella versione
ultima – intitolata One way, “Senso unico” – su un tappeto (di dimensioni 4 x 4) di giornali italiani e stranieri successivi all’11 settembre del 2001, steso per terra per essere calpestato, al centro si situa uno specchio sovrastato da un Cristo capovolto in carta gessata del Seicento. Lo specchio è una citazione della fase in cui Xerra costruiva o riutilizzava lastre tombali in cui lo specchio stava al posto del ritratto del defunto. Il senso era ed è che de te fabula narratur, di te parla la crocifissione di Cristo. Sei tu che attraverso lui che – camminando sui dolori del mondo – ti trovi in cima al tuo Golgotha. Ma un pezz
o di ruvido sacco di caffè porta la scritta originale Yo construyo MI FUTURO. È una promessa? È una menzogna? Nel calpestare i fatti del mondo, nel portare la nostra croce ci illudiamo di costruirci un futuro glorioso nell’aldilà?