Iconografie giustapposte
La duplice Passione di William Xerra
Da tempo si aggirano nei quadri di William Xerra i lacerti perduti di quadri antichi. Un occhio, un volto, il lembo di un fondale, frammenti di tele ormai dissolte affiorano tra gli spazi geometrici, i segni e le scritture, tra le uniformi campiture di colore. Sospesi tra l’oblio di quello che sono stati e la presenza di un’intenzione figurale spezzata, affermano e negano, rilanciano e commentano la nostalgia per la pittura e la rinuncia al suo senso forte della tradizione – e la copia fino quasi a ingannare l’occhio del Cristo morto di Mantegna che campeggia nella luminosa torre studio di Ziano è lì a ricordarci l’orgoglio dell’artefice per l’abilità e il dominio delle tecniche e, insieme, il monito per le vie dirette che la modernità epigonale gli preclude.
Nel commentario che accompagna la traduzione di Luigi Moraldi (Adelphi, 1984), appena diversa da quella einaudiana degli apocrifi impiegata da Xerra, del frammento 22 nel Vangelo di Tomaso si dice; “ritorna il pensiero dell’unità primordiale”. E si elencano luoghi di Clemente, degli Atti di Pietro e di Tomaso e di altri, nei quali le unità di interno e esterno, alto e basso, maschio e femmina, tutte annunciano l’avvento del Regno dei Cieli. Eppure nel nostro passo le cose si complicano, nel bel mezzo dell’enumerazione sembra insinuarsi uno spiritello pneumatico deciso a scombinarne il fluire simmetrico, a riscriverne la melodia. Se è chiaro a che cosa si riferisca “in modo che due siano uno” e quanto segue fino a “una cosa sola”, che cosa vuol dire, infatti – almeno restando alla traduzione italiana – “un occhio al posto [o “in luogo” come vuole Moraldi] di un occhio e una mano al posto di una mano e un piede al posto di un piede”? E, soprattutto, che cosa significa “un’immagine al posto di un’immagine”, il punto illuminante nel quale è sembrato all’artista di riconoscere quanto già sapeva sul suo fare? Orientandosi a orecchio tra gli echi polifonici delle dottrine gnostiche che si mescolano al canto monodico del cristianesimo primitivo, Xerra ha avvertito la dissonanza, ha sentito, dopo l’uno nel due, il perdurare del due nell’uno, ed ha inteso con sicurezza “un’immagine al posto di un’immagine” come, nello spazio, un’immagine accanto a un’immagine e, nel tempo, un’immagine che evoca un’immagine.
Ecco dunque allestita la “macchina” che produce l’opera. Da un lato – il sinistro, appunto quello che il sacro vuole per sé – scorre la storia sacra, soltanto mitigata dalla bonomia delle figure, con le facce larghe, le complessioni tarchiate e l’aspetto popolare che prestarono loro le genti dei due lati del Po che ne furono il probabile modello. Nientemeno che una delle grandi narrazioni fondatrici della nostra cultura, il cuore della fede cristiana, la storia della Passione di Cristo, in quattordici quadri dalla condanna fino all’inumazione del Cristo morto. Ma, con essa, scorre anche il corrimano, il sostegno e l’invadenza della storia dell’arte, la grande tradizione artistica italiana, la sua iconografia codificata e la sua solida costruzione della rappresentazione, il bagliore lontano della gloria della pittura, colta qui nel margine epigonale della sua potenza, ma assunta a indicare per intero uno degli estremi della cesura, contigua messa a distanza e discontinua connessione, che ogni quadro racchiude. Dall’altro lato, il destro, scorre la storia profana. Secondo quel procedimento caro all’imitatio della pietà medievale per cui ricapitolare le esistenze terrene alla luce della vicenda di Cristo che esemplarmente le compendia tutte è atto di umiltà e non di presunzione, ritraendosi, trattenendosi, i riquadri alla destra evitano di ripercorrere esplicitamente la storia alla loro sinistra, tentano invece una meditazione, un pensiero a margine sull’immagine che di volta a volta affiancano e la riportano a una sequenza di eventi semplici, alla storia di un uomo condannato a morte, che soffre e incontra nel suo cammino buoni e cattivi, si impegnano nell’impresa di rammemorazione e conoscenza innescata dalla ripetizione originale, dall’esperienza individuale sulla scorta delle immagini fisse, “luoghi comuni” nei quali ritrovarsi, ciascuno col proprio. E, dal punto di vista dello spettatore, raccontano, riepilogano storie plurali.
Se, pertanto, l’opera si dipana lungo le stazioni della Passione, in essa comunque si conclude. Passione senza redenzione, dunque, e gnosi moderna, se di gnosi si tratta, che non conosce la trascendenza, se non quella immanente alla rappresentazione artistica, che pure riflette sin nell’interno della sua struttura. Tragico moderno, se tragico vuole essere, fermo nel mantenere irresoluto il conflitto, e dramma luttuoso che non arretra di fronte alla rappresentazione della vita nel suo aspetto terrificante, che si espone fino alla calcinazione di fronte all’assoluto della morte. Tra gli estremi, divaricati sin nella topologia di ogni quadro, si istituisce l’opera di Xerra, la sua messa a distanza fino al prezzo del mentalismo allegorico e semplificatore del tratto e delle corrispondenze, che non cerca la consolazione del pathos e neppure di mitigare la durezza della deriva nel nulla m induce lo sguardo alla pietà creaturale verso il corpo che muore, spinge a rivolgerlo al tragitto non breve che ad esso conduce, lo vincola a ripercorrerne con pazienza tutte le stazioni, ad amarne le esitazioni e gli affetti, i tremori e le passioni, le paure e gli slanci, a patirne gli errori e riconoscerne gli infine necessari – se mai prima casuali e arbitrari – radicamenti.
Andrea Borsari, 2000