a e torturata in uno dei tanti centri di detenzione clandestina messi in piedi dai militari argentini negli anni della famigerata dittatura militare (1976-1983). Fuggita poi all’estero, Paula Luttringer è potuta tornare in patria solo nel 1992. Divenuta fotografa, ha dedicato buona parte del proprio lavoro artistico a una riflessione che incrocia la sua storia personale con quella dell’Argentina. Realizzato fra il 2000 e il 2006 El lamento de los muros è il frutto di una lunga ricerca che combina fotografia e testi brevi per rievocare – e nei limiti del possibile farci comprendere – l’indicibile condizione dei desaparecidos: un’esperienza talmente atroce, talmente disgregatrice della persona umana, che molti sopravvissuti non hanno trovato per
anni la capacità di raccontarla, ma neanche di lasciarsela alle spalle. Infatti – come spiega la stessa Luttringer – “basta un rumore, un odore, per farci ripiombare in un attimo nella situazione passata”. E poiché l’orrore di quanto avvenuto è talmente enorme da non potere certo essere restituito e testimoniato nella sua interezza, l’artista argentina ha scelto la via di concentrarsi solo su pochi, intensi, particolari: ha fotografato, ad anni di distanza, alcuni dettagli delle tante celle dove vennero rinchiuse e seviziate innumerevoli donne, e a ogni singola immagine ha accostato un ricordo scritto, una concisa testimonianza narrata in prima persona dalle prigioniere stesse. Frammenti di ricordi e scorci di luoghi finiscono così per rimandare drammaticamente gli uni agli altri e per creare uno effetto di intensificazione che ci fa percepire l’abisso in cui la dignità umana può essere fatta precipitare.