La pittura di William Xerra come rappresentazione del limite e come limite della rappresentazione
In realtà l’aspirazione dionisiaca e irridente è – e probabilmente sempre sarà – estranea a questo artista: a una testualità frammentata e in parte dettata dal caso, dove riconosciamo soprattutto il tocco di Costa, si contrappone un gusto dell’ “impaginazione” in cui si può individuare la mano di Xerra, che trattiene il gioco letterario entro limiti di esigenze compositive.
La personale scoperta alla quale Xerra si sta avviando, e che apre la strada alle sue successive sperimentazioni, è la constatazione che la precarietà dell’immagine devozionale non risulta inferiore a quella dell’oggetto della visione profana o, se si vuole, dell’epifania, nella accezione joyciana, di una esperienza quotidiana.
Con mossa implicitamente polemica nei confronti della moltitudine dei cloni di Duchamp, fieri di occupare una terra desolata ormai priva, oltre che di segni di vitalità, di punti di riferimento teorici forti e persino capacità di produrre scandalo, Xerra sceglie dunque la via di una rivalutazione dei valori pittorici e sensuali, con sperimentazioni sia nell’area di quella pennellata decisa, e talora violenta, i cui fasti ufficiali risalgono a quell’informale al quale originariamente si era sottratto, sia, con maggior continuità, nell’area, a nostro giudizio più rispondente alla sua sensibilità, della pittura tonale, alla quale si dedica con particolare successo. Tuttavia, lasciate alle spalle le esperienze, per certi versi fruttuose, delle trasgressioni avanguardistiche, in Xerra la fine dell’anacoresi antipittorica coincide, in ultima analisi, con un ritorno non alla rappresentazione immediata bensì alla problematica dell’assenza-nella-presenza, questa volta affrontata appunto per via pittorica.
Nel dipinto La malinconia, altamente significativo del filo di continuità che corre tra le opere più concettuali e quelle decisamente pittoriche, oltre all’accennata rivisitazione di un luogo e di un’atmosfera cara ai rovinisti, e al maggior spazio concesso alla tecnica pittorica, si coglie soprattutto l’allusione all’inafferrabilità dell’oggetto. Da un orizzonte ipertrofico come quello occupato dalla grande tradizione pittorica italiana Xerra si limita a scegliere una tenue citazione che diventa emblematica, al contempo, di un nuovo interesse per il passato e di una messa a fuoco di una poetica.
L’elaborazione originaria del lutto religioso è tradotta nei termini di una tardività laica: premesso che sulla scia del simbolo religioso è morta anche la pittura che un tempo poteva affrontare vittoriosamente l’oggetto, nutrirsi di quella religio, comunicare certezze condivise, l’artista batte il sentiero di una elazione estetica sorretta da una istanza trascendente ma da una condizione storica che conosce la nostalgia dell’opera d’arte. Per evitare suggestioni salvifiche di un genere che gli è estraneo, ovvero, come dice il celebre apologo zen, che qualcuno confonda il dito con l’oggetto indicato dal dito, questa volta Xerra rinuncia a imprimere il suo “vive” sul dipinto, ma è evidente che il suo sguardo ammirato si è posato su una impossibilità con la quale gli è indispensabile misurarsi. L’eccellenza del passato viene recuperata nella coscienza della distanza che occorre riconoscere per ritrovarsi.
Il telaio interinale, adottato da Xerra a partire dal 1975, evidenzia i limiti dell’area entro la quale è realizzata un’opera ormai essenzialmente pittorica, anche se memore dei suoi trascorsi, di esperienze passate che ingloba in una prospettiva più comprensiva. Limiti ambigui, perché annunciano e incorniciano eventi evanescenti, in una certo senso provvisori come la tela che li ospita, spesso sfumati dalle tonalità azzurrine che Xerra predilige. Le belle apparenze non liquidano la questione dell’oggetto, ma neppure la contraddicono, con la conseguenza che, benché i referenti messi in gioco in queste tele rimangono elusivi, in esse spiccano elementi di seduzione, spazi riservati a delicati cromatismi, pennellate che esaltano una materia ricca di spessori, lavorata, talora sontuosa e, nei formati più grandi, baroccamente teatralizzata.
L’attuale approccio di Xerra alla pittura non pretende di costituire il rimedio sovrano contro la possibile eclisse di un’arte fra le più antiche, bensì è un modo di rapportarsi all’oggetto, di trattenerlo entro la portata del sensibile e delle pulsioni vitali, di saggiare una via per superare una delle crisi che il pensiero ha dovuto saltuariamente affrontare e che la pittura, incassati gli inevitabili contraccolpi, fino ad ora ha saputo rintuzzare.
Le incertezze, le ombre malinconiche e le delicate inquietudini che accompagnano i piaceri della visione situano l’arte di Xerra molto lontano dai terrorismi avanguardistici, strumenti spuntati e inflazionati, oggi “garantiti” da quel mercato che si illusero di abbattere, e molto lontano dalla vociferazioni programmatiche con le quali nel nostro secolo si è tentato, con patetico sotterfugio, di sottrarsi al confronto con le fratture epistemologiche scoperte nel nostro sapere. In una situazione culturale in cui il linguaggio si trova in difficoltà a dire ciò che accade, o tramonta, o radicalmente si trasforma, Xerra rende plausibile l’ipotesi che la pittura sia profanamente immortale, come i nostri occhi e come la nostra capacità di vedere.
Aldo Tagliaferri, 1995