questi marginalia
che forse si possono leggere
nel territorio della poesia1
In un appunto pubblicato con altri inediti e rari sul n.18 del “Caffè illustrato”2, Attilio Bertolucci, poeta della visione, suggerisce una della chiavi per avvicinare lo sguardo nitido e partecipe ch’egli pone sul paesaggio, riferendosi al cinema, di cui fu grande cultore sin dall’adolescenza.
Il nostro occhio di continuo inquadra: sia che guardi un paesaggio o, che fa lo stesso, una strada di grande città, o una stanza deserta. Alle luci, cui in un film sapientemente pensa mettiamo uno Storaro, nella nostra giornata è il giro del sole, il primo addensarsi delle ombre che ci “pensa”.
Per questo ci appare perfetto, accanto alla scelta d’autore del titolo, il frammento poetico che apre la raccolta. Comunicando il ricordo della campagna lontana e cara, del suono e del colore di cielo, cui pensare in un giorno d’inverno, segnala il respiro della luce, mentale e reale, che “inquadra” il paesaggio. È la stessa luce che intesse e “inquadra” le Cartoline illustrate.
La scelta dei luoghi inoltre, segue le tappe dell’esistenza del poeta: il territorio parmense e le terre bagnate dal Po su su fino a Cremona e a Mantova; Salsomaggiore, dove si recò bambino, negli anni venti, in compagnia del nonno Giovanni Rossetti e dove tornò adulto10; la Lunigiana, tappa nei trasferimenti verso la Versilia, terra di vacanze estive; il Lazio, che lo ospitò, a Roma, a partire dal 1951.
Fu tuttavia vero e mirabile scrittore di viaggio nella serie di articoli Gli antiquari, pubblicata su “Il Giorno”, cui collaborò dal 1963 al 1976, articoli cari al poeta, che, ormai alla fine della sua vita, ne rivendicava l’originalità e che ora si leggono nell’ultima parte di Ho rubato due versi a Baudelaire sotto il titolo Viaggio fra gli antiquari.
In quelle pagine assai eleganti, dove si intrecciano “bellezza e verità”, possiamo seguire il cammino, il “vagabondaggio”, lo diremmo con Cecchi16, per la libertà di spostamenti e di soste, di curiosità e di scoperte, del viaggiatore Bertolucci, l’artista che andava scrivendo il quotidiano e il feriale: gli incontri, le conversazioni in negozi mal riscaldati con raccoglitori “ascetici” e aristocratici, innamorati dell’antico, carezzevoli nel gesto con cui togliere la polvere da un oggetto.
Non diverse la struttura e la voce delle Cartoline illustrate, una voce cordiale e comunicativa, dai toni smorzati, con qualche punta arguta o dissonanza. Qui le città si allontanano sullo sfondo, richiamate da un riferimento chilometrico o stradale o da un accenno lieve. Al contrario, si affacciano in primo piano un borgo o una cittadina o una zona aperta, che ospitano un’opera architettonica di pregio su cui il narratore, che già l’aveva talvolta incontrata nel Viaggio fra gli antiquari, si sofferma particolarmente.
Allo stesso modo si procede nelle altre Cartoline dove si presentano rocche, castelli o santuari:
Ma il soffitto della sala dove pranzavano gentildonne e gentiluomini sul morire ritardato della “belle époque” è una pura meraviglia di nuvole, azzurri, ghirlande di rondini in volo, e proprio quelle gentildonne, in abiti che cominciano ad allentarsi e accorciarsi, e loro partners in frack, le une e gli altri per niente stupiti di ritrovarsi in cielo.
In queste Cartoline e nella altre, cui accenneremo, è l’esercizio della “divagazione” proprio di Bertolucci (e di Proust, naturalmente) a creare il ritmo ondulante del racconto. Talvolta è appena un nome o un verso21 e un accenno22; talaltra è una breve vicenda narrata con garbo e riferita a se stesso23, più spesso è un piccolo percorso all’interno di libri o luoghi, che più ha amato.
(1) Da una dedica di Attilio Bertolucci ad Aritmie
(2) Datato 1992, si legge nel Dossier Bertolucci, a cura della scrivente, in “Il caffè illustrato”, n. 18, maggio-giugno 2004 p. 45.
(3) Sulla “divagazione” e su queste caratteristiche della prosa di Bertolucci essayist si rimanda alla nostra più ampia trattazione Le ali della prosa in Attilio Bertolucci, Ho rubato due versi a Baudelaire. Prose divagazioni, Mondadori, Milano 2000, p. 431-449.
(4) Per Moscati e altre firme su “L’Espresso” si veda la Nota al testo (p.12)
(5) Memorabile il ricordo di una visita di Bertolucci e Ungaretti alla Camera di San Paolo, fonte di ispirazione per il grande vecchio poeta, come la scrivente racconta in “Rivelazione” del Correggio. Da una lettera di Giuseppe Ungaretti ad Attilio Bertolucci, in “Antologia Vieusseux” a. X n. 29, maggio-agosto 2004 p.61-69.
(6) Ricordiamo l’affettuoso Il romanzo di Francesco Arcangeli, in Aritmie, Garzanti, Milano 1991, p.123-125; ora in Opere, a cura di Paolo Lagazzi e Gabriella Palli Baroni, “I Meridiani”, Mondadori, Milano 1997, p.1089-1092. Arcangeli successe a Longhi sulla cattedra della Studio bolognese.
(7) Longhi, per Contini, che firmò la Prefazione al “Meridiano” Da Cimabue a Morandi (Mondadori, Milano 1973), fu “un grande critico d’arte figurativa, a sua volta fondato su un conoscitore eccezionale, cioè su un reticolato di memoria senza pari”. Ma si veda per questo, in Aritmie, cit. p. 162-167 e ora in Opere cit., p. 1137-1143, Non intervista a Roberto Longhi.
(8) Bertolucci insegnò Storia dell’arte nel Convitto Maria Luigia di Parma e, dopo il trasferimento a Roma nel 1951, nel Liceo classico Virgilio in questa città.
(9) Rimandiamo agli scritti d’arte di Bertolucci in Aritmie e in Ho rubato due versi a Baudelaire, e ai saggi della scrivente Le ali della prosa, postfazione al volume testè citato, e Attilio Bertolucci critico d’arte della “Fiera Letteraria”, in I sentieri incrociati, a cura di Marcello Ciccuto, Baroni Editore, Viareggio 2002, p. 193-212. Segnaliamo infine la tesi di Laurea Magistrale di Silvia Trasi (Università degli Studi di Milano. Facoltà di Lettere e Filosofia) dal titolo Ricordi figurativi di Attilio Bertolucci.
(10) Salsomaggiore è il tema ricorrente nell’opera di Bertolucci. Ricordiamo in particolare Edith Wharton a Salsomaggiore (Aritmie, in Opere, p. 1002-1006), Burattini e marionette (ivi, p. 1193-1195) e il bellissimo capitolo XV Nonno e nipote de La camera da letto (Opere, cit. p. 571-578).
(11) È vero che Bertolucci continuò a trascorrere le vacanze estive a Tellaro almeno fino agli anni novanta, ma anche nei pezzi che raccontano questi luoghi, come Le Apuane datato 21 novembre 1982, la prospettiva temporale è evocativa, nel passaggio tra il tempo della composizione, l’inverno, e il tempo estivo della vita reale.
(12) Si legge nel ritratto Non intervista a Roberto Longhi: “Come diventa loquace Longhi se deve parlare di intonaco, mattoni, infiltrazioni d’acqua eccetera. La fragile natura fisica di quelle cose sublimemente spirituali che sono le opere d’arte, la loro caducità lo commuovono profondamente, e allora per allontanare la cosa orribile che potrebbe essere la loro fine, egli aguzza tutto il suo ingegno nella direzione della carpenteria e della muraria, della piccola chimica dei colori e delle vernici”.
(13) A Ninfa Bertolucci fu invitato da Marguerite Caetani, che diresse “Botteghe oscure”, la rivista su cui Bertolucci pubblicò poesie nel 1948 e nel 1950.
(14) Si veda la sezione di Ho rubato due versi a Baudelaire intitolata Mattini a Venezia e altrove.
(15) Gli articoli apparsi su “L’illustrazione Italiana”, cui Bertolucci collaborò dal 1955 al 1962, sono ancora da esplorare, a parte i pochi ristampi in Aritmie, cit.; poi, in Opere, cit. Per gli scritti in prosa si rimanda alla Bibliografia che accompagna Ho rubato due versi a Baudelaire.
(16) Bertolucci ricordava la “trattazione umana e intera” dei Vagabondaggi di Emilio Cecchi
(17) Fontanellato era già stato descritto da Bertolucci: in Castelli di Parma (“L’illustrazione Italiana”, a. LXXXIV, n. 5, maggio 1957, p. 32-40), in Luigi sedici sotto chiave nella zanzariera (in Ho rubato due versi a Baudelaire, cit. p. 359-360).
(18) Cfr. Antero Piletti, Corrado Cagli, Giulio Turcato, Renzo Grazzini, in “La Fiera Letteraria” a, XII, n. 18, 5 maggio 1957.
(19) Si rimanda a quanto scrive Cesare Garboli in Longhi lettore, in AA.VV., L’arte di scrivere sull’arte. Roberto Longhi nella cultura del nostro tempo, a cura di G. Previtali, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 114.
(20) Si veda su questi aspetti del linguaggio visivo e verbale, nella collana della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Parma: Cesare Segre, Pittura, linguaggio e tempo. Università degli Studi di Parma, Mup Editore, Parma 2006.
(21) Splendido l’incipt di Filetto sui passi “ventilati” dei versi del canto VII, vv. 115-116 del Purgatorio di Dante, che soggiornò in Lunigiana, e sul bel verso di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, poeta assai caro a Montale e a Bertolucci che volle inserirlo nell’antologia Dagli Scapigliati ai Crepuscolari (a cura di Gabriella Palli Baroni, Cento Libri per Mille Anni, Poligrafico dello Stato, 2000). Il verso, che suona “quando il melo si fa magro d’argenti”, porta una variante “il fiume”, invece di “il melo”. Evidentemente Bertolucci qui cita a memoria.
(22) Si apprezzi l’ironico accostamento ch’egli in Montechiarugolo fa tra lo zelo letterario di Petrarca, “Quasi sempre assente e del tutto inutile” nei suoi doveri di canonico del Duomo di Parma, e il proprio: “Era un po’ come lavorare in Rai e starsene a scrivere poesie a Villa Sciarra”.
(23) Si veda l’explicit di Marina di Pietrasanta, che riferisce un divertente aneddoto di Carlo Emilio Gadda.
(24) Così Elsa Morante, nel ricordo Elsa in Aritmie, cit. p. 149-150 (ora in Opere, p. 1120-1122)
(25) Si legge in Aritmie, p. 16-31 e in Opere, p. 959-978.