IL BAMBINO CHE SOGNAVA LA FINE DEL MONDO, di Antonio Scurati

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La chiave di lettura del libro è la natura del Male come viene percepito: il Male come violenza delle o sulle cose, il Male come prodotto delle nostre attese.  Scurati ci ricorda come l’avvento sempre più invadente dei media nella comunicazione di massa abbia determinato una sostanziale modificazione del comportamento umano. Il XX secolo è stato un secolo di immani tragedie. Gli uomini vi hanno partecipato come vittime e come carnefici, convinti di appartenere ad un movimento più vasto in un tempo più ampio nel quale veniva inscritta la loro vita: la Storia. La caduta del muro di Berlino, come molti hanno teorizzato, ha decretato la fine della Storia? Oggi questa convinzione sembra aver perso la sua dimensione di ampio respiro, e restringersi ai fatti del quotidiano: la cronaca. Cronaca come organizzazione del sentimento del tempo. È la cronaca che guida i nostri sentimenti, che li stimola: la cronaca nera, la cronaca rosa; quella che suscita nella nostra mente il terrore inconcepibile o la banalità ininterrotta. Il fantasma di fatti riportati, veri o falsi, provati o solo immaginati, dimostrati o supposti, penetra nelle nostre vite sollevando pensieri, sensazioni, convinzioni, che durano finché il fatto di cronaca è alla ribalta del media, per poi sparire ed essere riproposti quando la cronaca prende di mira altre situazioni, altri eventi, altre fonti di terrore e magari di orrore.

 Scurati si addentra in questo difficile cammino ricostruendo in modo fantastico, ma non troppo, fatti eventi di cronaca nera che hanno scosso l’opinione pubblica in questi ultimi anni, e li immagina tutti avvenuti nella città in cui ha vissuto per anni il suo insegnamento universitario: Bergamo; Bergamo, la città ipercattolica, nella quale la Curia possiede il 50% degli edifici della Bergamo alta; Bergamo, che storicamente è stata uno dei baluardi all’avanzata dell’eresia luterana.

Nel seminario di Bergamo un sacerdote, persona colta, stimata, don Mariano Presti, viene accusato da un ex-seminarista di avere esercitato su di lui forme di violenza sessuale. La notizia, un evidente caso di pedofilia, mette in subbuglio la città. Il protagonista del romanzo, che poi è l’io narrante, forse lo stesso scrittore, viene invitato dal direttore della Stampa, giornale con quale collabora come editorialista, a scrivere un articolo in merito alla vicenda. Le ricerche per raccogliere materiale per l’articolo fanno venire alla luce altri fatti, di per sé privi di valore rispetto al supposto episodio di pedofilia, ma che rinfocolano un clima di sospetto e di curiosità che sta montando. La chiesa erige un muro di silenzio attorno alla figura del sacerdote e della sua attività, anzi il sacerdote in persona viene trasferito alla Città del Vaticano. Ma voci trapelano sull’esistenza di una specie di ricovero per preti psichicamente malati provenienti da ogni parte del mondo e non più giudicati idonei a esercitare la loro missione, misteriosamente adiacente al Seminario vescovile, e si vocifera anche che don Mariano fosse confessore di alcuni di questi preti giudicati psichicamente deviati. Il formarsi di dicerie di questo genere, alimentate anche dall’atteggiamento di impenetrabile segreto offerto dalla chiesa, riaccende il diffondersi della curiosità fra la gente, che più che interessata alla ricerca della verità, sembra essere in preda  a un crescente sentimento della paura.

Questo sentimento sarà ulteriormente consolidato dalla notizia, rapidamente diffusasi, dell’arrivo alla scuola materna Gianni Rodari di due insegnanti, Maria Pellegrina e Niva Beghetto, trasferite da Brescia dove erano state coinvolte (e assolte) in un processo per pedofilia. La scuola materna Rodari è una scuola difficile, al confine con il quartiere abitato soprattutto da extracomunitari.

Nel clima di diffidenza che sta montando la mamma di una bambina che frequenta la detta scuola materna, Marisa Comi, si rende conto che la figlia Margherita è soggetta a turbe del comportamento. La notizia dilaga rapidamente e altri genitori osservano analoghe situazioni. Sembrerebbe che i bambini, secondo i loro confusi racconti, siano stati sottoposti a giochi erotici da parte di alcune maestre. Vengono convocate riunioni dei diversi genitori, insegnanti, curiosi; si confrontano le esperienze, vengono proiettati filmati che dimostrano anomalie di comportamento di vario tipo, fino a vere e proprie situazioni causa di orrore fra i presenti.

Parte così un’inchiesta della magistratura, vengono arrestate alcune maestre sospettate, comprese le due provenienti da Brescia, si ascoltano testimonianze e alla fine si decide di compiere il grande passo: l’interrogatorio assistito e protetto dei bambini. Assieme all’inchiesta della magistratura parte anche la mobilitazione dei media: giornali, TV, internet. Parallelamente cresce la curiosità, l’interesse, l’orrore e poi la paura e il terrore da parte della popolazione: trasmissioni in cui si scontrano accusa e difesa, avvocati innocentisti e avvocati colpevolisti; vengo portate testimonianze vaghe, indirette, di persone che sembrano impegnate a dare il loro contributo al crescente terrore; si ascoltano pareri di esperti che  si  contraddicono reciprocamente; si vocifera dell’esistenza di filmati (che nessuno ha però effettivamente visto) che non lascerebbero dubbi sul fatto che i bambini siano stati sottoposti a violenza sessuale. La città è in fermento, le discussioni in luoghi propri e impropri dilagano, il terrore si fa palpabile e genera a sua volta nuovo orrore. In questa situazioni non tardano a entrare anche congregazioni religiose, come La Rinascita in Cristo, che si propone come momento cruciale nella lotta contro il Male e contro chi lo impersona, il Maligno, arruolando, con grande scalpore, la principale accusatrice, Marisa Comi.

Il libro si addentra in questa realtà per offrirci il succo della tesi cara a Scurati: il potere della cronaca di condizionare la nostra vita: «Una delle caratteristiche della violenza della cronaca è proprio quella di ridursi a una congerie di fatti minuti e dispersi, di negarsi al pensiero […] Durante il Novecento, al tempo della Storia, milioni di militanti di diverse ideologie hanno agito e patito in prima persona per le loro convinzioni. Rispetto alla violenza della cronaca, invece, l’uomo è sempre passivo: o vittima impotente o spettatore inerte.»

È facile individuare nei fatti narrati, fatti realmente accaduti nella realtà che hanno condizionato nella gente le reazioni descritte da Scurati: basti pensare a don Gelmini, alla scuola materna di Rignano; ma anche alla strage di Erba, al delitto di Cogne, al delitto di Garlasco, all’assassinio di Meredith Kercher: tutti fatti che direttamente o indirettamente sono riconducibili alla narrazione del romanzo. Ed è facile individuare anche il martellamento dei giornali (Corriere della Sera, La Stampa, etc.) o del Telegiornale TG5, o delle trasmissioni di approfondimento, come Porta a Porta di Vespa (non nominato espressamente – Scurati si rifiuta espressamente di farlo – ma identificato nell’essere viscido che con la bacchetta da meteorologo illustra i tragitti fatti dai bambini, portati dalla scuola materna al luogo dove venivano eseguiti gli stupri), Matrix con Mentana che sottopone a domande accusati e accusatori, etc.

Accanto al potere delle cronaca nel condizionare i comportamenti umani, un altro aspetto sta a cuore a Scurati: la consapevolezza dei terrori che popolano la mente dei bambini, terrori che egli identifica come le sorgenti nascoste dei terrori che successivamente nell’adulto vengono riportati alla luce e scatenati dalla pressione della cronaca nera. Il romanzo è così interpolato dal racconto dei sogni, o meglio dagli incubi di un bambino, che non è difficile riconoscere nel protagonista, dalla loro ripetitività, dal suo sonnambulismo. Questi incubi riaffiorano anche nel protagonista adulto mentre vive le vicende provocate dai processi reali o mediatici di pedofilia. Immagini che gli si offrono nel corso della vicenda, come il filmato proiettato in una delle riunioni dei genitori che mostra una bambina che, nel sonno, spalanca la bocca in un urlo muto; la visione diretta di una bambina che con aria terrorizzata spalanca la bocca e cerca di inghiottirsi il pugnetto della mano, richiamano alla memoria i suoi terrori infantili, lo inducono a chiedere alla madre quale fosse stata l’origine di questi terrori, immaginando che in qualche modo, qualche cosa di terribile, forse una violenza, abbia segnato stabilmente la sua mente nella vita futura. La madre non risponde: o meglio la sua risposta è negativa, forse. Nulla affiora che possa essere alla radice degli episodi di sonnambulismo, i sogni, gli incubi ricorrenti che la memoria si sforza, senza successo, di richiamare alla luce. Tutto questo sospettare, temere i mostri dell’inconscio che popolano la mente infantile, lo spinge sempre di più a pensare all’infanzia come qualcosa di mostruoso e quindi qualche cosa da evitare: in sostanza in lui si viene a formare una coscienza negativa che lo porta alla scelta di non avere figli.  Intanto anche la vicenda dei sospetti di pedofilia si va sgonfiando. La principale accusatrice ritrae le accuse. La magistratura non riscontra prove oggettive tali da sostenere il sospetto della supposta pedofilia. Le uniche “prove” sono rappresentate dalla testimonianze dei bambini, che all’atto pratico si rivelano inattendibili. Ad un certo momento lo stesso protagonista, in un pseudo confronto alla’americana al quale viene sottoposta la figlia di Marisa Comi, viene indicato dalla bambina come uno dei pedofili che l’avrebbe utilizzata per i giochi “erotici”.

La conclusione ci riporta a quello che sembra emergere prepotentemente dal discorso di Scurati sulla cronaca: passato il fatto in “seconda pagina”, uscita la sorgente dell’orrore dalla pulsione cronachistica, anche la coscienza collettiva si appanna e ritorna ad essere pronta, in un altro momento, su un altro fatto di cronaca nera, a riaprire la porta al terrore.

 Ascolta l’intervista a Scurati su Fahrenheit 

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