NON SI SA COME di Luigi Pirandello

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È l’ultimo lavoro teatrale di Pirandello, se si eccettua I giganti della montagna, rimasto tuttavia incompiuto. È stato scritto nel 1934, lo stesso anno nel quale gli venne conferito il Premio Nobel per la Letteratura. La prima rappresentazione ebbe una gestazione piuttosto difficile, soprattutto a causa della morte dell’attore cui Pirandello aveva intenzione di affidare la parte del protagonista Romeo Daddi, l’attore austriaco Alessandro Moissi. La prima si sarebbe dovuta rappresentare a Milano, poi a Vienna, ma ciò non avvenne. Andò invece in scena al Teatro Nazionale di Praga il 19 dicembre 1934 (nove giorni dopo la consegna a Stoccolma dell’ambito premio al drammaturgo) con la regia di Karel Dostal, e la parte di Romeo Daddi affidata a Zdĕnek Stĕpánek. La prima rappresentazione italiana ebbe luogo quasi un anno dopo a Roma, al Teatro Argentina, il 13 dicembre 1935 con scene su bozzetti di Cesare Ligini, e la parte di Romeo Daddi interpretata da Ruggero Ruggeri. In quell’occasione le due parti femminili furono affidate ad Andreina Pagnani (Bice) e a Fanny Marchiò (Ginevra).

La trama di Non si sa come è stata ispirata a Pirandello da tre racconti tratti da Novelle per un anno: Nel gorgo (nella raccolta Dal Naso al cielo), La realtà del sogno (in Candelora) e Cinci (in Berecche e la guerra). La prima, Nel gorgo, scritta nel 1913, è forse quella centrale, quella sulla cui struttura si basa il lavoro teatrale. Non a caso i suoi personaggi portano lo stesso nome di quelli della commedia. Il tema è quello della possibilità di un tradimento amoroso avvenuto in un attimo, in modo quasi inconsapevole, senza alcuna intenzione, e quindi senza alcun rimorso da parte dei protagonisti, restando intatta la loro fedeltà e il loro innamoramento per i rispettivi coniugi. In La realtà del sogno, scritta nel 1914, il tema è ancora quello del “delitto innocente”. Questa volta il tradimento nei confronti del marito avviene in sogno, e quindi non è passibile di punizione e tanto meno di vendetta. Nella terza novella, Cinci, scritta nel 1932 fa capolino ancora il tema del delitto innocente. Questa volta non si tratta di un tradimento amoroso o supposto tale, ma di un omicidio avvenuto in circostanze nelle quali la volontà dell’omicida viene soffocata e gli eventi precipitano quasi a sua insaputa.

La commedia inizia con la rivelazione a Giorgio Vanzi, un capitano di marina marito di Ginevra, appena tornato da una crociera, che il suo amico d’infanzia Romeo Daddi è improvvisamente impazzito. La vittima di questa improvvisa follia è la moglie, Bice. Giorgio e gli amici si chiedono esterrefatti: gelosia? Ma se Bice, come tutti condividono, è donna di purezza ineccepibile, intensamente e palesemente innamorata del marito, come si può credere a questa improvvisa gelosia? Si viene a sapere che, durante l’assenza del marito Ginevra ha passato qualche mese ospite nella villa dei Daddi; e che per qualche giorno è stato loro ospite anche un comune amico, il marchese Nicola Respi; e che questi, da tempo innamorato di Bice, le ha fatto in quella occasione proposte amorose, tuttavia inutilmente in quanto respinto senza esitazioni dalla donna. Forse la crisi di gelosia di Romeo si riferisce a questo episodio? Sembrerebbe di no. La cosa era risaputa da tempo e considerata con condiscendenza. D’altra parte lo stesso Giorgio, recatosi alla villa al termine della crociera per riportare la moglie a casa, non aveva notato alcuna alterazione nel comportamento dell’amico. Romeo, giunto in casa di Giorgio, cerca di spiegare il suo punto di vista, ma il suo intervento, anziché chiarire le cose, le rende ancora più oscure. Romeo parla di delitti innocenti, della profondità dell’animo umano dalla quale possono scaturire forze che ti costringe a compiere veri e propri delitti indipendentemente dalla tua volontà, e che più o meno tutti siamo soggetti a queste forze. Per chiarire meglio il suo pensiero racconta un episodio della sua giovinezza, quando, sconvolto dal comportamento di un suo coetaneo che uccise in modo barbaro e feroce una lucertola catturata, reagì con violenza e giunse fino ad uccidere il ragazzo. Le indagini non portarono all’individuazione del responsabile, ed egli stesso si convinse di non esserlo, dato che l’episodio avvenne al di fuori della sua volontà. Si trattava appunto, sottolinea Romeo, di un delitto innocente, del quale non si può sentire alcun rimorso. L’episodio narrato, si riferisce evidentemente alla novella Cinci, dalla quale vengono mutuate non solo le azioni, ma molte frasi. Questo episodio, continua Romeo, dimostra la possibilità che nel nostro interiore esistono forze oscure che a volte ci fanno agire al di fuori della nostra volontà, e ci fanno commettere ciò che egli chiama “delitti innocenti”. Quello che ha narrato è il primo delitto innocente che ha sperimentato nella sua vita. Ma non l’ultimo, in quanto recentemente si è verificato un nuovo episodio, del quale però non parla in  modo esplicito. La sua agitazione, che viene scambiata per follia, non è tanto per l’episodio in sé, per il quale egli non sente alcun rimorso, dato che è avvenuto al di fuori della sua volontà, ma per la consapevolezza che tutti, quindi anche sua moglie pur nella sua purezza, possono essere coinvolti e commettere un delitto innocente.

Il mistero viene chiarito nel secondo atto. Bice viene a sapere, su confessione del marito, confermata da Ginevra, che fra i due, in una giornata in cui Bice si era allontanata da casa, è scattata una forma di attrazione violenta, quasi inconsapevole che li ha portati ad avere un rapporto sessuale, subito dimenticato e cancellato dai loro ricordi. Questo rapporto non ha lasciato traccia nei loro sentimenti, neppure rimorsi. Romeo è sempre innamorato della moglie così come Ginevra è sempre intensamente innamorata del marito Giorgio. La confessione di Romeo a Bice apre una voragine nell’animo dell’uomo, che fa affiorare la consapevolezza di aver compiuto due delitti innocenti, ma rende concreti i suoi sospetti sulla moglie, la quale a sua volta realizza la situazione e capisce il tormento del marito. Il suo innocentissimo rapporto con Respi a questo punto sembra prendere consistenza agli occhi di Romeo che intavola una furiosa lite col marchese. Giorgio, finora allo scuro di tutto, comincia a manifestare qualche dubbio. Certamente c’è qualche cosa che non sa e che è alla base sia delle manifestazioni di follia dell’amico, sia dei comportamenti di Bice e della moglie.

Nel terzo atto Romeo si rende conto di non riuscire più a sopportare il peso dei due delitti innocenti. Secondo la legge non è colpevole e quindi non deve pagare. Ma egli sente la necessità di farlo. Vorrebbe fuggire e poter condurre una vita nella quale non sia più costretto a mentire.

Giorgio è in partenza. Ha insistito presso la moglie per sapere ciò che evidentemente gli viene taciuto, ma la moglie non ha parlato. La vicenda sembra concludersi in questo modo, quando si viene a sapere che in realtà Bice ha tradito il marito, non nei fatti, ma in sogno, e proprio con Giorgio. Tema della novella La realtà del sogno. La nuova rivelazione avviene fra le lacrime di Bice e l’ira di Giorgio il quale non ritiene opportuno esprimere giudizi sul tipo di sogno, che non ha consistenza, quanto sul fatto che Bice, parlandone col marito, ha creato una situazione di conflitto del tutto inutile.  Allora Romeo in un accesso di rabbia incontrollata gli rivela che sì, se sua moglie l’ha tradita con Giorgio in sogno, Ginevra ha tradito Giorgio nel fatto: entrambi come delitti innocenti. Giorgio estrae la pistola e uccide Romeo.

Francamente questa commedia è di livello decisamente inferiore alle ultime che ho potuto vedere, in particolare a I giganti della montagna. Questo tema dei delitti innocenti mi pare poco credibile: non solo quello del tradimento reale fra Romeo e Ginevra, ma soprattutto quello dell’assassinio del giovane. Non mi pare accettabile l’attribuire questi fatti più o meno criminosi a una stato di incapacità di richiamarsi alla ragione, e paragonarli a fatti che potrebbero avvenire in sogno. Il richiamo a Freud mi sembra inevitabile, ma anche semplicistico. Dal punto di vista narrativo, l’andamento è lento, i monologhi di Romeo che cerca di spiegare il senso contenuto nell’espressione “crimine innocente” sono ripetitivi e non sempre chiarissimi, alla fine la noia prevale sull’interesse. Nella versione DVD che possiedo, Arnaldo Ninchi, nella parte di Romeo recita con bravura, mentre gli altri attori, e soprattutto le interpreti femminili di Bice e Ginevra, Valeria Ciangottini e Margherita Guzzinati, secondo me lasciano molto a desiderare. Senza ne lode né infamia Mario Erpichini nella parte di Giorgio.

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