VERO ALL’ALBA (True at First Light), di Ernest Hemingway, (postumo, 1999)

Unknown

Romanzo postumo e incompiuto di Hemingway, ricuperato dal figlio minore Patrick nel 1998. In questo scritto, nel quale la struttura del romanzo si innesta in una serie di annotazioni di tipo autobiografico, Hemingway torna in Africa per un safari, dopo quello del 1933 con la seconda moglie Pauline descritto in Verdi colline d’Africa. Qui siamo circa venti anni dopo, nel 1953, nel corso del suo secondo e ultimo safari in compagnia della quarta moglie, Mary, sempre nella stessa area di quello precedente, in Kenya al confine con la Tanzania nel distretto di Kajado. Sullo sfondo a sud c’è il Kilimangiaro con la sua forma conica e la vetta coperta di neve, e lateralmente a est la catena della colline Chyulu. Il titolo lo spiega Hemingway nella introduzione: «In Africa, una cosa è vera all’alba e falsa a mezzogiorno, e per questa cosa non si ha più rispetto di quanto se ne abbia per il bel lago dalla perfetta corona d’erba che si è visto oltre la pianura salina cotta dal sole. La mattina abbiamo attraversato quella pianura a piedi e sappiamo che il lago non esiste. Ma ora è là, assolutamente vero, bello e credibile.»


A differenza del safari del ’33, questa volta al centro dei personaggi coinvolti non c’è il cacciatore bianco Philip Percival, diventato celebre per avere accompagnato a caccia personaggi famosi come Theodor Roosvelt e George Eastman, e diventato, col nome di Pop, amico intimo di Hemingway. Lo scrittore ci informa all’inizio che impegni improrogabili lo avevano chiamato alla propria fattoria, e quindi il ruolo di guida del safari, almeno nel periodo descritto dal romanzo e di assenza di Pop, lo svolgerà proprio lui, Hemingway.

Il romanzo non è un racconto compiuto: un inizio, uno svolgimento e una conclusione. È piuttosto la descrizione della vita e della quotidianità nell’accampamento del safari a Kimana, con le sue numerose tende: quella della camera da letto, dove dormono Hemingway e la moglie, quella della sala da pranzo, quella appartata della toilette, quelle dove dormono i cacciatori che accompagnano lo scrittore; e poi le tende dove vengono ammassate le provviste, le tende degli indigeni kenioti che fanno i vari servizi, i portatori di fucile, gli accompagnatori durante le escursioni della caccia, gli scuoiatori della selvaggina uccisa, gli inservienti, i portatori, i funzionari ministeriali che controllano e cercano di risolvere i vari problemi che si possano presentare; e poi c’è anche la pista di atterraggio degli aerei. È una vera e propria cittadina, dove vive una piccola comunità. Di notte si dorme ascoltando i rumori della selvaggia terra africana, come il ruggito del leone in caccia, o la risata delle iene, o il ruggito del leopardo; e di giorno si organizzano escursioni per una battuta di caccia alla selvaggina importante, o semplicemente per fare rifornimento di carne. Negli intervalli si trascorre la giornata a chiacchierare, a godersi il vento fresco che proviene dl Kilimangiaro su comode sedie a sdraio, o a leggere libri di cui l’accampamento è ben fornito, o a bere bottiglie di birra tenuta fresca in sacchi pieni d’acqua, o anche bicchieri di alcol come gin e whisky.

Poco lontano, oltre le pianure erbose e le macchie boscose, vi sono i shamba, i piccoli villaggi dove vivono gli indigeni. E Hemingway conosce bene le diverse etnie che li popolano: i kikuyu, l’etnia più numerosa del Kenya, quella che ha dato origine ai mau-mau e che si è poi assunta l’onere per l’indipendenza del Paese dall’impero britannico; i masai, popolo di guerrieri che ha mantenuto l’aspetto che li ha sempre caratterizzati (i giovani si mostrano spesso armati delle loro lance), ma che hanno in gran parte perso la loro natura, dedicandosi all’arte più facile del bere; i kamba che popolano un territorio confinante con quello dei masai, dediti soprattutto all’agricoltura, che lavorano piccoli campi seminati a ortaggi e cose simili; e altre tribù ancora che popolano il vasto territorio.
L’ambiente descritto è quello classico dell’est africano: vaste pianure ricoperte da erba che con le piogge cresce fino a superare la statura dell’uomo, gruppi di alberi, cespugli, aree ricoperte da vere e proprie foreste impenetrabili, piccole valli che si addentrano in colline dove scorrono ruscelli di acqua limpida, aree paludose. Si va a caccia con le camionette fuoristrada che pure, nel periodo delle piogge stentano a mordere un terreno intriso d’acqua, si cercano le mandrie di vario tipo, antilopi, gazzelle Thompson, gnu, bisonti, etc. Il fucile è lo strumento fondamentale, e occorre essere bravi a prendere la mira e uccidere subito la selvaggina, in modo che, ferita, non scappi, e vada a morire a distanza, magari soffrendo. Una regole che deve essere sempre rispettata è che non si deve mai sparare dalla macchina. Anzi, la macchina può essere usata per avvicinarsi al branco, o magari per cercarlo, ma mai usata per inseguire l’animale che si sta cacciando. In questo le regole della caccia sono molto rigide, per evitare di impoverire l’area degli animali che la popolano.
L’accampamento è popolato da diversi personaggi kenioti, che svolgono diverse funzioni. Alcuni fanno parte della squadra di Philip Percival, come Keiti, capo e figura autorevole del gruppo di uomini del cacciatore bianco, che rimane agli ordini di Hemingway; come Mthuka, autista sordo, ma con la vista acutissima, quasi sempre il primo a scorgere la selvaggina; Ngui, portatore d’armi e amico di Hemingway, bravissima guida; Charo, portatore d’armi di Mary, piccolo di statura, di fede musulmana. Non beve assolutamente alcol, e quando gli altri brindano o bevono birra, lui si accontenta della coca cola. Tutti questi personaggi parlano fra loro in un miscuglio di inglese e di swahili, la lingua caratteristica delle aree costiere del Kenya. E anche lo scrittore usa spesso, nella narrazione, soprattutto nei dialoghi, vocaboli di quella lingua. Per questa ragione il libro è concluso da un glossario che aiuta a capire il significato di alcuni dei più frequenti termini swahili.
E per finire, c’è il personaggio di Debba, una giovane e avvenente kamba, che vive con la madre in un piccolo e povero villaggio sulle pendici della Chilimnagiaro. Fra Debba e Hemingway c’è un rapporto amoroso, e la fanciulla vuole essere la seconda moglie dello scrittore. Naturalmente il rapporto fra i due deve seguire le regole caratteristiche della tribù, anche se le condizioni, spesso create ad arte, fanno sì che esse vengano violate più di una volta. Mary sa di questa relazione e, pur non manifestandola, lascia trapelare una certa gelosia. Il rapporto fra Ernest e Debba si fa più intenso e più libero verso la fine del romanzo, quando Mary è costretta, per un’affezione intestinale, a volare a Nairobi, dove si ferma alcuni giorni, anche per fare compere.

Episodi rilevanti costellano il fluire del tempo del safari. Fra questi, la ricerca di un albero da parte di Mary, per festeggiare il Natale; ricerca che mette in apprensione Ernest e gli altri uomini in quanto Mary si è spinta in un territorio popolato da rinoceronti.
Un altro episodio la cui narrazione occupa una buona parte dell’inizio, è la necessità di Mary di uccidere un leone, che già in altre occasioni gli era sfuggito. Non si tratta di un leone qualunque, ma di un grosso maschio, dalla nera criniera e dotato di grande intelligenza, per cui difficilmente si lascia sorprendere dai cacciatori. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, finalmente il leone si fa sentire col suo ruggito nella notte, mentre è in caccia. Si tratta di trovarlo, e in questo sono di aiuto gli avvoltoi, che si affollano attorno alla preda catturata dal leone. Il leone è molto furbo e non si lascia avvicinare. Solo un suo errore potrà permettere ai cacciatori di affrontarlo. E finalmente Mary ci riesce e, scesa dalla macchia, gli spara ferendolo. Subito dopo il leone viene colpito e ucciso da Ernest e dall’altro cacciatore bianco che faceva parte della battuta. È stata veramente Mary ha colpire il leone? Qui Hemingway è ambiguo. Giura che è stata Mary, ma lo fa in termini di lasciare nella moglie il dubbio che sia stato invece lui. Nei safari africani vige la regola che la preda non sia di chi l’ammazza, ma di chi la colpisce per primo. Quindi il leone è di Mary, e gli indigeni degli shamba circostanti festeggiano l’evento con una danza rituale che va avanti fino al cuore della notte.
Altri episodi che entrano nella narrazione, si riferiscono alla evasione di un gruppo di mau-mau dalla prigione dove erano stati rinchiusi in quanto terroristi che avevano ucciso delle persone. L’evento mette sul chivalà Hemingway, che deve organizzare la sorveglianza, in caso che i mau-mau si dirigano verso l’accampamento del safari. Ma tutto si risolve in nulla, e i mau-mau vengono catturati in un’altra zona.
Altre vicende riguardano le lamentele di indigeni ai quali i leoni uccidono e si mangiano il loro povero bestiame; oppure elefanti che correndo sradicano alberi di alto fusto; o ancora il farsi strada di un periodo di piogge molto intense che bloccano la vita nell’accampamento e che impediscono alla macchine di percorrere strade allagate. E così il racconto prosegue fino al ritorno di Mary da Nairobi dove era stata a curarsi per una forma di diarrea. Il libro si interrompe a questo punto, con la gioia dello scrittore e della moglie di poter finalmente ritrovarsi e passare assieme la notte. Ma avrebbe potuto interrompersi prima, o proseguire ulteriormente, senza togliere o aggiungere nulla.
La prosa è quella tipica di Hemingway. La vita si sviluppa nei dialoghi, nella descrizione ambientale, nel racconto, a volte concitato, della caccia a prede non sempre facili, come il leopardo, oltre al leone di cui si è già parlato, ma anche nel racconto del fare quotidiano, fatto di pettegolezzi, di manifestazioni amorose, di giochi, di bevute, di allegria costante.
Tuttavia c’è da rilevare che il libro non aggiunge nulla a quanto già conosciamo dello scrittore e, tutto sommato, a me non ha stimolato un particolare interesse.

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