PER DIFESA E PER AMORE, di Gian Luigi Beccaria

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Si tratta di un interessante libro che percorre in ogni direzione le influenze che dialetti, lingue straniere, neologismi inventati anche grazie a mezzi tecnologici di comunicazione, espressioni “alla moda“ soprattutto nel mondo giovanile, etc., hanno sulla lingua che oggi si parla.

Questo continuo apporto di parole, espressioni non lo si deve considerare in modo negativo. Anzi. In grande misura rappresenta un arricchimento. Occorre ricordare che la lingua italiana ha cominciato a diventare una lingua di massa, cioè parlata dalla maggioranza della popolazione, solo in epoca relativamente recente, diciamo negli anni Cinquanta, con l’avvento della televisione. In precedenza l’italiano era parlato da meno del 20% della popolazione, mentre il resto utilizzava i dialetti regionali. Per la verità, la stessa lingua non è altro che l’evoluzione di un dialetto, quello toscano, che era la lingua utilizzata da Dante, Petrarca e Boccaccio. Dopo l’introduzione del mezzo televisivo, il rapporto si è invertito, ed oggi quasi la totalità della popolazione usa come linguaggio comune proprio l’italiano.

Il libro è strutturato in modo da analizzare tutte le forme che influenzano attualmente la lingua parlata e le loro derivazioni, oltreché il significato che esse assumono nella comunicazione. Beccaria ci ricorda che la lingua «è un bene di tutti, un bene pubblico perché per suo tramite si esprimono le idee, le proposte, le ragioni, ed è invenzione, è analisi, momento di scambio e di condivisione, perciò bisogno primario è quello di una lingua media, per tutti.»

Un capitolo è dedicato alle forme stereotipe, ai luoghi comuni, agli eufemismi, alle parolacce: forme che magari al momento della loro introduzione possono aver espresso un significato, ma che alla lunga ripetute, non solo perdono il significato originale, ma esprimono un appiattimento della capacità di comunicazione, riducendosi a formule vuote. In questo un posto privilegiato spetta alla comunicazione pubblicitaria. Gli esempi sono ricchissimi e assai convincenti. Analogamente vengono analizzate e esemplificate le espressioni del cosiddetto “burocratichese”, cioè di quel modo di utilizzare la lingua non per rendere i concetti più chiari e comprensibili per il cittadino, ma, al contrario, per utilizzare neologismi che all’utente risultano pressoché incomprensibili. Inutili, o poco efficaci, sono stati finora i tentativi di vari ministri competenti per la Pubblica Amministrazione di stroncare questi tipi di comportamento.

Un altro capitolo è dedicato alle forme linguistiche importate dall’interno, ossia dalla lingua parlata in settori particolari della vita civile, ad esempio dai linguaggi specialistici delle diverse professioni o attività: medicina, ingegneria, legge, informatica, giornalismo, televisione, sport, etc. Molte di queste espressioni entrano a far parte del linguaggio comune, a volte addirittura con significati diversi da quelli espressi nella espressione originaria: come dire che assumono il significato a loro attribuito dal senso comune più che non quello di pertinenza della categoria di provenienza. A questa categoria appartiene anche il linguaggio giovanile. Beccaria porta una quantità infinita di esempi, sottolineando, ad esempio, le parole che una volta entrate nel linguaggio comune lo hanno caratterizzato, da quelle che hanno avuto una vita effimera, sostanzialmente legata a manifestazioni espressive “di moda”. «I neologismi vanno e vengono. Quelli importanti rimangono. Molti sono invece di breve tenuta. Ogni nuova edizione di vocabolario accoglie le ultime novità, ma anche qualcosa espunge.»

Sempre nel capitolo delle derivazioni, vi sono quelle esterne, ossia da lingue straniere.
Il francese per lungo tempo ha avuto il predominio, e ancora oggi moltissime parole, originali o italianizzate che siano, sono di “discendenza” francese.
Anche altre lingue hanno influenzato la nostra: lo spagnolo (quello originale, ma soprattutto quello dell’America Latina), il russo, il greco, e persino l’arabo e il giapponese.
Da qualche tempo in qua, tuttavia, la lingua che ha prestato (o regalato) più termini all’italiano parlato (o anche scritto) è l’inglese. Anche in questo caso vi sono termini di derivazione inglese italianizzati, o, forse con maggior frequenza, termini in grafia o in pronuncia originale. Alcuni dei termini di derivazione inglese esprimono concetti che, ad esempio, espressi in italiano “puro” necessiterebbero di lunghi giri di parole; per questo motivo sono entrati a pieno titolo a far parte della lingua; altri esprimono concetti legati a scienze, tecnologie di nuova introduzione, per lo più originarie dai paesi anglosassoni; altre ancora entrano a far parte di un linguaggio “alla moda”, del quale il corrispettivo termine italiano tende ad essere meno utilizzato se non giudicato addirittura obsoleto. L’introduzione nella lingua di questi termini è di per sé un fattore tutt’altro che negativo. «Al contrario, [è la] fiducia che il parlante ha nella propria lingua, [l’]assimilazione disinvolta dell’estraneo, senza complessi, anzi, con fierezza. Noi ‘provinciali’ invece chiamiamo in Rai le notizie News, e raggiungiamo vette di provincialismo supremo (e di sudditanza): conduttori vari in tv si farebbero crocifiggere piuttosto di chiamare candidatura la nomination…». Questa sudditanza linguistica (che, sotto certi aspetti è anche culturale) è espressa dal nome che si dà alla lingua così rozzamente ibridata: itangliano.
Tutto ciò è riccamente documentato da lunghi elenchi di esempi.
Dalla parte opposta è doveroso citare invece i patetici sforzi del fascismo di espellere dalla lingua i termini stranieri e di sostituirli con vocaboli di ascendenza nazionale, ovviamente senza alcun successo.
In sostanza, afferma il Beccaria, «in linea generale va ribadito che ogni posizione rigorosamente puristica è linguisticamente e culturalmente improduttiva. Il forestierismo per lo più arricchisce, non impoverisce, né inquina.»

Un capitolo è dedicato al “Mosaico Italia” ovvero alle differenza culturali fra la varie regioni che si esprimono nel migliore dei modi attraverso le differenze linguistiche, cioè i dialetti. Beccaria è uno strenuo difensore del valore del dialetto e ne lamenta la graduale scomparsa fra le varie comunità, in parte dovuta anche al fatto che in famiglia, soprattutto nel parlare comune con il quale i bambini crescono, il dialetto viene via via abbandonato e sostituito dalla lingua che si impara a scuola o che si ascolta alla TV.
«La perdita del dialetto, – dice Beccaria, – è un modo di essere, di porsi, di vedere le cose, che se ne va. Lo dico senza nostalgia. Ma del dialetto il parlante era davvero signore. Lo trattava come cosa sua, ci sapeva addirittura giocare.»
Beccaria, su questo tema, approfondisce le derivazioni dei dialetti da altre lingue: o per influenza delle invasioni di eserciti stranieri dei quali la penisola è stata oggetto, o per migrazioni di intere popolazioni che in una qualche parte del nostro suolo hanno preso dimora (per esempio albanesi, greci, etc.) e che hanno conservato la sostanza della loro lingua madre.
Ma il dialetto in molti casi non è solo una lingua parlata: vi sono scrittori e poeti che hanno trasmesso i loro pensieri, le loro riflessioni attraverso il dialetto. Alcuni nomi hanno poi ottenuto una risonanza nazionale: fra essi vale la pena di citare Pasolini, in dialetto friulano, o Raffaello Baldini, in dialetto romagnolo, oppure, più anticamente, il Belli in dialetto romano, il Porta in dialetto milanese, Di Giacomo in dialetto napoletano etc.

Un ultimo capitolo è dedicato agli antidoti. Cioè come conservare alla nostra lingua la propria identità culturale, che non è tanto, come voleva il fascismo, di evitare l’uso di termini importati dalle lingue straniere (anzi, spesso questi termini arricchiscono la lingua), quanto invece quello di conservarne le ricchezza espressiva, valorizzarla, rifiutando gli stereotipi e gli appiattimenti dei luoghi comuni.
E questo, ci dice Beccaria citando le Lezioni americane di Calvino, può avvenire attraverso la letteratura. E il rapporto con la letteratura avviene attraverso la lettura e attraverso la scrittura.
La lettura è lo strumento antitetico che si oppone al tempo inteso come strumento frenetico di vita: in primis la televisione. Vedere (ascoltare) e leggere sono i due aspetti antitetici dell’uso del tempo. Vedere, affretta il trascorrere del tempo, entra nella dimensione del tempo come strumento produttivo, si oppone alla riflessione. Leggere richiede al lettore il sacrificio del tempo, vuole la riflessione, la pausa. Nella lettura c’è «la trasmissione non solo di informazione, ma la comunicazione silenziosa di simboli, la perplessità, l’impossibilità a dire se non per dubbi e irresoluzioni.»
Una critica viene portata alla scuola quando, nell’insegnamento dell’italiano si fa perno sul “tema”, ossia una composizione su argomenti scelti in modo che l’allievo possa dimostrare il suo apprendimento. Beccaria considera poco produttivo, ai fini dell’impadronirsi della lingua e della cultura di cui è veicolo, questo procedimento. Quello che ritiene invece utile è “l’analisi del testo”, cioè la capacità di leggere un testo e poi di saperlo commentare. Non tanto quindi un nozionismo spicciolo quale quello che si può trovare sui manuali, ma uno sforzo di penetrare un pensiero espresso da uno scritto e di saperlo analizzare e interpretare.
Quest’ultima parte del libro di Beccaria è una parte propositiva di grande intelligenza, che cerca di ricuperare quelli che sono i reali rapporti fra la lingua, l’italiano, e la cultura. Beccaria riconosce senza dubbio che ad esempio altre lingue possono dimostrare maggior efficacia nell’espressione di alcuni concetti: lingue pragmatiche, veicolo di concezioni razionalmente organizzate; ma nel contempo riconosce alla lingua italiana la capacità di entrare in maggior misura nelle sfumature che l’uomo sa esprimere. Il significato e l’uso del congiuntivo, ad esempio, sono peculiari della nostra lingua; di fatto non esistono o non sono utilizzati nella maggioranza delle altre lingue europee. Il congiuntivo è un potente strumento espressivo, e la nostra lingua si impoverirebbe se il suo uso venisse a cadere.

In sostanza, questo libro di Gian Luigi Beccaria è di grandissimo aiuto per comprendere meglio la cultura della quale la nostra lingua è veicolo. Aiuta a capire le origini di un enorme numero di parole e di espressioni, il loro significato recondito o esplicito, la differenza fra prestiti linguistici vitali e luoghi comuni o sudditanze linguistiche. Valorizza la nostra lingua e riflette sul modo di salvarne l’identità e la peculiarità espressiva che è, sostanzialmente, il retaggio della cultura e della storia del nostro Paese.

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