ALCINA, alla Scala

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Le ragioni per cui non amo le opere di Händel credo di averle già scritte in più di un’occasione, suscitando le critiche, anche aspre, degli händeliani doc. La parola magica è “drammaturgia”, per cui eviterò di usarla.

 Mi limiterò quindi solo a parlare di trama, intrigo, etc. E l’Alcina, nell’ambito delle opere di Händel, non fa certo eccezione. Trama contorta, complicata, derivata lontanamente dall’Orlando Furioso, con tanto di commedia degli equivoci e dei travestimenti: Bradamante, sposa tradita di Ruggiero, arriva all’isola di Alcina travestita per prudenza da Ricciardo, il fratello; di lui/lei si innamora Morgana, sorella di Alcina, donna frivola e leggera, che proclama il suo diritto a non essere fedele a un solo uomo, di amare chi vuole, quando vuole, per tutto il tempo che vuole, suscitando a sua volta le ire di Oronte di lei innamorato. I personaggi centrali sono, ovviamente Ruggiero e Alcina, amanti solo per ragione di magia, finché Ruggiero non viene sanato dall’incantesimo. Ruggiero torna allora a Bradamante, la sua tenera sposa? Niente affatto. Di nuovo equivoci: Ruggiero vede in Bradamante uno dei travestimenti di Alcina, e la scaccia, mentre Bradamante/Ricciardo per sfuggire al pericolo di essere trasformato in belva, cede, o finge di cedere all’amore di Morgana, con tanto di lite, spade alla mano, con Oronte. Per alleggerire la trama (si fa per dire) ogni tanto un fanciullo, Oberto, figlio di Astolfo che sappiamo essere stato trasformato in belva da Alcina, attraversa la scena chiedendo a tutti se hanno visto il suo caro padre. Drammaturgicamente il personaggio è ovviamente superfluo, ma Händel ha voluto introdurlo per assicurare una parte nell’opera a un giovane soprano, William Savage, che gli era (eufemisticamente parlando) particolarmente caro.

Come risolve Händel dal punto di vista musicale (non oso dire drammaturgico) questa commedia degli equivoci e dei travestimenti? More solito: con un’alternanza di recitativi e di arie. Recitativi che dovrebbero svolgere l’azione, e arie che dovrebbero sviluppare lo stato d’animo di uno dei personaggi.

Nel primo atto, le arie dovrebbero soprattutto creare un’atmosfera di piaceri erotici; nel secondo, dovrebbero entrare nei sentimenti amorosi e nelle situazioni drammatiche; nel terzo, concludono l’opera con sentimenti di furore e con la distruzione del regno e dell’isola di Alcina.

I recitativi è inutile descriverli: sono quelli soliti della opera barocca, spesso incomprensibili (d’altra parte sono in italiano, e sono rivolti a un pubblico inglese, che l’italiano proprio non lo sa). Un minimo di espressione in più si sente nel recitativo accompagnato di Alcina alla fine del secondo atto, quando la maga chiama a raccolta le forze infernali che, tuttavia, in quel momento sembra che non l’abbiano proprio in mente. Anche le arie, tutte rigorosamente con da capo, e con frequenti e complicati vocalizzi, sono quelle, più o meno belle che si sentono nelle opere di Händel: arie di civetteria (tipo “Tornami a vageggiar” la bella aria di Morgana che chiude il primo atto) oppure arie di passione, come quelle di Alcina nel secondo atto “Ah! Mio cor! Schernito sei!” o del terzo “Mi restano le lacrime”; o ancora aria di dolcezza, come “Verdi prati” di Ruggiero nel secondo atto, o arie di ira e di vendetta, come l’aria di Bradamante nel secondo atto “Vorrei vendicarmi”. Insomma le arie cercano di interpretare drammaturgicamente la situazione che vive il personaggio. E francamente alcune delle arie sono belle (non tutte, percarità!), come quelle che ho citato sopra. In alcune altre l’accompagnamento orchestrale si rivela timbricamente piacevole, come l’aria di Morgana nel secondo atto “Ama, sospira” con un dialogo fra voce e violino solista, o quella subito successiva di Ruggiero “Mio bel tesoro” apparentemente rivolta ad Alcina, ma di fatto rivolta a Bradamante, con un accompagnamento delizioso di due flauti; oppure i due corni concertanti nell’aria di Ruggiero del terzo atto “Sta nell’Ircana”, dove la presenza della parola “tigre” rievoca un’atmosfera di caccia.

A dare un po’ più di movimento all’opera vi sono anche due cori: uno all’inizio dell’opera, “Questo è il cielo di contenti”, che evoca un’atmosfera di piacevolezza e di frivolezza che si può gustare nel regno di Alcina; e uno alla fine, “Dall’orror di notte cieca”,  di liberazione degli amanti di Alcina, trasformati in belve, pietre e onde. Vi è anche un brano d’assieme nel terzo atto, un terzetto fra Alcina, Bradamante e Ruggiero, “Non è amor né gelosia” in cui Alcina, per trattenere l’amore di Ruggiero, finge di assecondare il suo amore per Bradamante, senza tuttavia essere creduta.

La bellezza delle arie tuttavia non è riuscita a togliermi il senso di noia di questa imperterrita successione di recitativi e arie che non mi coinvolge, che non mi fa entrare nella vicenda. Ecco, le arie, quelle belle, mi piacerebbe ascoltarle eventualmente in un concerto, nel quale l’ascolto non è vincolato a una drammaturgia, a un evento teatrale. Allora si possono godere maggiormente le melodie, i timbri, i cambiamenti di tonalità, etc.

 Dal punto di vista drammaturgico (ahimé! ho ancora usato la parola maledetta!) la chiave di lettura è l’amore di Alcina per Ruggiero. Alcina è dedita ai piaceri, e cattura nell’isola una grande quantità di amanti, che dopo un breve uso, trasforma in belve o altro. E qui il suo potere è incontrastabile. Ma l’arrivo di Ruggiero cambia (inconsapevolmente all’inizio) le cose: Alcina si innamora. E il suo è un amore coinvolgente e travolgente, ma indegno di una maga. Finché Ruggiero, affascinato, lo corrisponde, Alcina mantiene il suo potere. Ma nel momento in cui Ruggiero, guarito dall’incantesimo, la respinge, il suo potere si annulla, come si vedrà nel bellissimo recitativo accompagnato di Alcina alla fine del secondo atto. Di qui la conclusione felice della vicenda.

 Cosa è successo alla Scala. Anzitutto la regia di Carsen. Carsen è una regista di grande intelligenza, e quindi aveva destato in me una certa aspettativa: riuscirà a dare un’impronta di maggiore movimento alla imperterrita successione di arie e recitativi?

Purtroppo la risposta è stata no: Carsen, seguendo (in questo caso direi che la parola è giustificata) una moda, ha rivestito i cantanti di abiti contemporanei; l’isola di Alcina è rappresentata da una stanza con pareti bianche ornate come quelle dei saloni nei palazzi in stile ottocentesco: grandi porte che si aprono e si chiudono scorrendo. Queste pareti, oltre a delimitare la grande stanza, si alzano e si abbassano, creando nuove quinte, aprendosi e chiudendosi, variando così la scenografia (per esempio ad un certo momento, attraverso le grandi porte spalancate si intravedono ameni boschetti verdi, come nell’aria di Ruggiero “Verdi prati”).

I personaggi: Bradamante-Ricciardo e Melisso entrano come due distinti signori in giacca e cravatta, e solo nel terzo atto, Bradamante riassume l’aspetto di fanciulla. Melissa è una cameriera, con vestitino nero e grembiulino bianco. Oronte è un maggiordomo nella sua perfetta divisa. Ruggiero è un giovane bellimbusto, sempre avvinghiato, almeno nel primo atto, ad Alcina, che appare come una bella donna, con chioma fluente e un elegante vestito lungo con un decolleté che le lascia le spalle nude. Oberto, il giovane in cerca del padre, non c’è. Direttore e regista (almeno credo) hanno deciso la sua presenza come drammaturgicamente (eh dai!) superflua e l’hanno eliminato. Il coro dovrebbe rappresentare nel primo atto spiriti che esaltano i piaceri dell’isola; nell’ultimo gli amanti trasformati in belve e poi liberati da Ruggiero. I coristi sono vestiti nella fogge più diverse, compresa la nudità integrale (mi è sembrato di vedere qualche signora un po’ scandalizzata). Quando il coro è in scena, i coristi stanno sdraiati, immobili, raggomitolati in varie fogge. Si alzano solo quando cantano e quando escono di scena.

Molti spettatori, nelle chiacchiere che si fanno fra un atto e l’altro, hanno criticato questa regia, che hanno giudicato incomprensibile: vedere i protagonisti di una fiaba, che emerge da un mondo incantato, vestiti in abiti borghesi ha dato fastidio a molti. In realtà anche a me non è piaciuta. Una trasposizione di epoca ha senso se esprime un’interpretazione particolare. Magari dissacrante, come ad esempio la regia di Alden nel Rinaldo del DVD del commercio.

Invece qui la regia di Carsen non necessita in modo assoluto di una trasposizione temporale. La stessa identica regia avrebbe potuto reggere benissimo con scenografia e costumi di altra natura. Anzi, la scenografia, così spoglia e abbastanza uniforme, rappresentata solo dai movimenti della parete bianca, secondo me, ha contribuito non poco ad accentuare la noiosità dell’opera. Qualche idea, percarità!, c’è stata. Non per niente il regista è Carsen. Ad esempio, l’ingresso di Alcina nel secondo atto: quelle pareti bianche a profili ottocenteschi, si aprono una dietro l’altra in profondità, quasi fossero degli specchi contrapposti, e al fondo appare la elegante, sublime figura di Alcina, mentre Ruggiero canta l’aria “Mi lusinga il dolce affetto”. Scena bellissima. Altra idea registica è la luce che inonda Alcina proiettando la sua gigantesca ombra sulla parete, mentre nel secondo atto canta “Ombre pallide”. Alcina non è più la grande maga. L’inferno non le ubbidisce più. È solo l’ombra di se stessa. Anche il finale ha un forte impatto, dal momento in cui Alcina brandisce il pugnale con il quale Ruggiero la ucciderà facendo crollare il suo mondo fatato: dall’ombra gigantesca di Alcina proiettata, le pareti bianche si alzano lasciando una scena buia: solo i personaggi sono illuminati immersi in questo nero assoluto.

 L’interpretazione musicale. So che fra gli amanti del barocco ci sono scontri a non finire sugli interpreti, sulla filologia più o meno rispettata, eccetera. Io non me ne intendo, e quindi non metto bocca. So che Giovanni Antonini è un direttore specializzato nel barocco, e quindi penso che la sua interpretazione sia una interpretazione comunque degna di attenzione. Certo, ha fatto dei tagli: non ci vuole un esperto per capirlo. È stato cancellato il personaggio di Oberto; non sono stati eseguiti i balletti che Händel aveva composta alla prima esecuzione avendo a disposizione un importante corpo di ballo francese, quello di Marie Sallé; non sono stati rispettati tutti gli a capo. Comunque l’opera è durata ugualmente molto a lungo, praticamente un’ora per atto.

 I cantanti: mi sono piaciuti soprattutto il soprano che interpreta Alcina (Ania Harteros) e il  contralto che interpreta Ruggiero (Monica Bacelli). Questa era la parte affidata alla prima assoluta al castrato Carestini. Molto buono mi è sembrato anche il contralto che interpreta Bradamante (Kristina Hammarström). Morgana (Patricia Petibon) mi è parso un soprano con una voce abbastanza stridula e con acuti che assomigliavano troppo a degli strilli. Il basso (Alastair Miles) e il tenore (Jeremy Ovenden) hanno fatto le loro arie senza lodi e senza infamie

 Gli applausi a scena aperta ci sono stati solo per alcune arie (convinti, una volta per Alcina e una per Ruggiero). Alla fine degli atti e soprattutto alla fine dell’opera sono stati calorosi ma senza esagerare. Occorre dire che diverse persone hanno lasciato il teatro durante gli intervalli degli atti.

 

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